PER UNA SINISTRA DEL XXI SECOLO

di Marcello Cini*

Mer, 18/06/2008 - 21:37

1. Vedo con preoccupazione che al moltiplicarsi degli incontri fra elettori della sinistra che tentano di elaborare il lutto per il disastro che ci ha colpiti, e di capirne le cause profonde, non corrisponde alcun timido tentativo di avviare un processo di ricomposizione, per lo meno virtuale, delle tessere del mosaico che dovrebbe in futuro rappresentarla. Mi sembra addirittura che nelle imminenti assemblee congressuali delle sue vecchie formazioni politiche prevalgano gli sforzi – mi dicono che complessivamente sono dodici le mozioni che si fronteggiano ognuna con la propria ricetta – intesi a rappezzare in qualche modo i vecchi steccati ben identificati dai relativi simboli.
    Invece di cercare di individuare i temi che possono costituire le basi di una ricerca comune in grado di costruire gli attrezzi per contrastare l’offensiva travolgente del capitalismo del XXI secolo contro i popoli della Terra – non vedo infatti quale altro potrebbe essere il compito di una sinistra all’altezza dei tempi - mi sembra che ognuno si presenti già all’appuntamento con la propria cassetta di attrezzi ereditata dal nonno.
     Sono d’accordo con quanto scrive a questo proposito Claudio Fava: “Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent’anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta “socialdemocratica” e una sinistra cosiddetta “comunista”, ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall’ornamento dei propri aggettivi è solo una favola ce ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?”

    2) Io credo che continueremo a pestare acqua nel mortaio se non si partirà dalla consapevolezza che il capitalismo del XXI differisce da quello del XX secolo altrettanto radicalmente, se non di più, di quanto il capitalismo del XX differiva da quello del XIX. Dovremmo ricordare che ai suoi tempi Marx è andato in Inghilterra per studiare il processo di produzione della ricchezza nel paese capitalistico più avanzato al mondo, e ha dedicato anni a impossessarsi delle conoscenze indispensabili a capire oltre alle basi economiche anche quelle scientifiche e tecnologiche del processo di produzione delle merci materiali sul quale si fondava l’accumulazione del capitale.
    Oggi nessun esponente politico della sinistra (o della ex-sinistra), salvo pochissime autorevoli eccezioni, avverte simili curiosità. Gli economisti della nostra area poi si dividono – tranne qualcuno che si ricorda di Keynes - tra quelli che si limitano a fornire ognuno la propria interpretazione – ovviamente quella giusta - di ciò che avrebbe detto Marx e quelli che, vantandosi di ignorare programmaticamente che cosa si produce e a che scopo, si occupano soltanto di PIL e di come si può ridurre il debito senza intaccare troppo il welfare.

    3) La prima differenza tra la società del XX e quella del XXI secolo investe l’economia. Essa è rappresentata dalla tendenza, suffragata da fatti sotto gli occhi di tutti, a fondare sempre più la formazione del profitto nel processo di accumulazione del capitale sulla produzione di merci non tangibili (conoscenza, informazione, saperi, comunicazioni, formazione, e soprattutto modelli di vita). 
    L’obiettivo principale del capitalismo odierno è dunque di mascherare la differenza sostanziale tra la natura dei beni immateriali e quella dei beni materiali. La proprietà fondamentale dei beni immateriali è infatti che la fruizione da parte di un "consumatore" non ne impedisce la fruizione da parte di altri. E’ per questo che i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale, giustificati originariamente come giusta ricompensa all’ingegno e alla creatività degli autori, sono in realtà per la maggior parte rendite di capitale estorte in un mercato artificiosamente costruito per rendere scarso un bene che scarso non è.

    4) La seconda differenza fondamentale è la scoperta dei limiti fisici dell’ecosistema terrestre. Tre sono le grandi aree tematiche che sono investite dagli effetti dell’impatto delle attività umane sullo stato di salute del pianeta. La prima, la più controversa anche per gli enormi interessi in gioco, è quella che, partendo dai dati sul riscaldamento globale, ha da un lato implicazioni dirette sul mutamento del clima e dall’altro avrà grandissime conseguenze economiche e sociali, come il futuro delle fonti di energia e dei consumi a esse legati. La seconda riguarda il deterioramento della biosfera, che coinvolge le questioni della riduzione della biodiversità animale e vegetale, la distruzione degli habitat naturali, la deforestazione. La terza, infine, ruota attorno al problema della limitatezza delle risorse del pianeta rispetto alla crescita della popolazione umana e dei suoi bisogni, dall’alimentazione allo smaltimento dei rifiuti.
    Il punto fondamentale tuttavia è l’incapacità del capitale globale a far fronte alle emergenze che si profilano all’orizzonte. Una incapacità testimoniata ancora una volta, tanto per fare un esempio, dal clamoroso fallimento del vertice della FAO, convocato d’urgenza per discutere del pericolo, rivelatosi come imminente all’improvviso nel giro di pochi mesi, della morte per fame di decine, forse centinaia di milioni di abitanti del pianeta. Questo fallimento è simbolico perché in esso si intrecciano tutte le questioni cruciali dei prossimi vent’anni: l’alimentazione, l’energia, il clima, la pace e la guerra, le migrazioni.

    5) La terza differenza tra la società del XX e quella del XXI, investe il ruolo sociale della scienza. Si sta infatti sgretolando lo steccato che tradizionalmente la separava (in quanto conoscenza disinteressata della natura ottenuta attraverso la scoperta) dalla tecnica come frutto della pratica empirica realizzata attraverso l'invenzione e dalla tecnologia vista come diretta utilizzazione dei suoi risultati. Questo crescente intreccio tra scienza e tecnologia è al tempo stesso effetto e causa dello sviluppo dell’ economia della conoscenza.
    La tecnologia infatti - vero braccio secolare dell’economia - realizza nella pratica, attraverso i suoi artefatti, una evoluzione del sistema che subordina all’unico vincolo del mercato i diversi processi che la alimentano. Non solo, ma retroagisce – attraverso quelle nuove organizzazioni di produzione del baconiano sapere/potere che vanno sotto il nome di tecnoscienze – sulla dinamica di sviluppo della scienza trasferendo su di essa la propria subordinazione a quel vincolo. Questo intreccio produce conseguenze al tempo stesso drammatiche e impreviste.
   
    5) La prima è che la corsa all’appropriazione privata delle nuove conoscenze comporta e in gran parte si fonda  sull’appropriazione di quell’immenso bene comune costituito dalle infinite risorse dell’ecosistema terrestre. All’appropriazione delle materie prime e delle fonti di energia che ha caratterizzato per secoli la colonizzazione del pianeta da parte delle potenze occidentali (con i genocidi che hanno accompagnato la loro “missione civilizzatrice”) si aggiunge oggi il vero e proprio furto di prodotti naturali, di conoscenze e di pratiche che le popolazioni locali si sono tramandate da secoli. 
    La seconda conseguenza è che la rincorsa al massimo profitto nel più breve tempo possibile porta a non produrre le conoscenze a medio e a lungo termine socialmente utili che non sarebbero remunerative nell’immediato, e in particolare quelle destinate a far vivere meglio i miliardi di uomini e donne che non sono in grado di acquistarle.
    La terza infine è che la crescente disuguaglianza fra chi dispone di nuovi saperi e chi non può accedervi crea ulteriori disuguaglianze fra chi nuota nella ricchezza e chi muore di fame; tra chi può guarire delle malattie più rare e chi muore ancora di malaria e di dissenteria; fra chi trae lucro dagli eventi catastrofici naturali o artificiali sempre più estesi e frequenti e chi ne rimane vittima perdendo gli scarsi beni che possiede e la vita stessa.

    6) Una società della conoscenza che inverta le tendenze distruttive di quella fondata sull’economia della conoscenza dovrà fondarsi sulla diffusione di una nuova etica pubblica permeata di nuovi valori. Soltanto le tradizioni di uguaglianza, solidarietà e umanitarismo della sinistra possono contribuire a crearli e a diffonderli. Per illustrare l’idea ne citerò rapidamente alcuni esempi. Il primo è legato al nome di Hans Jonas. Il suo pensiero è ormai ampiamente noto e non è necessario insisterci sopra. Il più importante nuovo valore che dobbiamo introiettare, secondo questo autore, è fondato sull'obbligo morale di prefigurarci e di approfondire le possibilità ipotetiche che il nostro oggi, così gravido di conseguenze e sotto molti aspetti calcolabile, porta in grembo. Questo comporta una trasformazione profonda degli scopi del sapere tecnico-scientifico. E’ su queste basi, fra l’altro che sono state formulate le norme internazionali che introducono il cosiddetto principio di precauzione.
    Altri esempi di costruzione di saperi finalizzati ad affrontare i nuovi problemi posti, sia localmente che globalmente, dalle conseguenze ecologiche ed economiche impreviste dello sviluppo delle nuove tecnologie sono rappresentate dalle esperienze di democrazia ecologica illustrate da Daniele Ungaro. Esse propongono nuove forme associative che estendono i diritti fondamentali a ciò che si considerava prima il non-umano (e come tale non rappresentabile). Di conseguenza, considerare le nostre relazioni con l’ambiente come bene primario significa riconoscere il diritto a tutti gli stakeholders (soggetti coinvolti) di intervenire per affermare i loro bisogni fondamentali. Questo significa estendere le comunità degli esperti che decidono sulle scelte da adottare.
    Un’altra manifestazione significativa della nascita di nuovi valori come reazione alla mercificazione della conoscenza nel tessuto sociale è messa in evidenza dalla ricerca di un sociologo italo-americano, Richard Florida. E’ un fenomeno che fornisce una conferma della tendenza alla diffusione di un'etica alternativa all'etica protestante dell’accumulazione di denaro come scopo del lavoro. Secondo questo autore, sta nascendo una nuova classe sociale che si distingue dalle altre per una caratteristica fondamentale, la creatività, cioè la forza di offrire innovazione e di portare alle tradizionali organizzazioni produttive idee originali e contenuti dirompenti.
    Un ultimo esempio ci viene dallo sviluppo travolgente delle nuove tecnologie dell'informazione. Lo scontro che ormai da qualche anno ha contrapposto i sostenitori delle pratiche che vanno sotto il nome di open source (sorgente aperta) e di free software  (software libero) alla filosofia di Bill Gates è diventato un conflitto mondiale tra la diffusione dei sistemi basati su Linux e quelli della Microsoft. Questa contrapposizione si basa su due opposte concezioni dell'etica professionale. Mentre infatti nella economia della conoscenza le aziende realizzano i loro profitti attraverso la proprietà delle informazioni garantita tramite brevetti, marchi di fabbrica e accordi di non divulgazione e giustificano questa pratica con l'etica protestante del denaro che secondo Weber sta alla base dello sviluppo del capitalismo, l'etica che caratterizza la comunità degli hacker è fondata sul principio che "la condivisione dell'informazione sia un bene di formidabile efficacia, e che la condivisione delle competenze, scrivendo software libero sia per gli hacker un dovere etico." In questo modello chiunque è libero di imparare studiando il codice sorgente dei programmi messi a disposizione, e di svilupparlo ulteriormente in propri prodotti anch'essi aperti. Su questo principio si potrebbe addirittura sviluppare un nuovo tipo di economia, basata sulla cosiddetta impresa open source.
    Vogliamo cominciare a pensare anche a queste cose?

*Professore emerito all'Università La Sapienza di Roma, del Comitato Promotore di Sd
   

   

   


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Concordo, se continuiamo a dividerci tra gelosi custodi del "comunismo" ortodosso e gelosi custodi dell'"identità socialista" scompariremo anche dal paese dopo essere scomparsi dal parlamento.
Ci vuole una identità nuova, un socialismo ma del futuro e fortemente contaminato.


donna di denari