di Massimo Rosati
Sab, 07/11/2009 - 07:34
La sentenza della Corte di Strasburgo secondo cui la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni" aggiunge materia di riflessione al delicato dibattito sulla laicità e sui rapporti tra religione/i e Stato. Le reazioni a caldo al pronunciamento della Corte sono state molte, nel mondo della politica e della cultura, di sinistra e di destra, cattolico e laico. C’è da aspettarsi, con il passare dei giorni, che intorno a questa sentenza si riproduca quella fattura tra laicisti (i laici furiosi di cui parla Giancarlo Borsetti nel suo Il fallimento dei laici furiosi) e cattolicisti che in Italia falsa la discussione su temi tanto delicati e importanti, e che per altro ha troppo spesso l’effetto di ‘regalare’ alla destra il mondo non solo cattolico (o parte di esso) ma dei credenti in generale (o parte di esso). Provo ad offrire la mia lettura, della sentenza e delle prime reazioni ad essa.
La sentenza va salutata con favore, per ragioni probabilmente diverse rispetto a quanto ritengono i pochi che con favore l’hanno salutata. Il suo merito è quello di stimolare, per via giuridica, una ‘bonifica’ del contesto in cui in Italia si dà la discussione e la gestione del rapporto tra simboli religiosi e spazio pubblico, e potenzialmente di preparare il terreno ad un diverso modo di pensare quel rapporto.
In primo luogo, una questione di metodo: si dice che la sentenza esprima in sé un limite della politica, incapace di intervenire e surrogata pertanto dal diritto, per di più prodotto da un’istituzione percepita come lontana e distante dai cittadini; non sono d’accordo, per la semplice ragione che quando il diritto genera dai bisogni del sociale, come credo in questo caso, esso può essere espressione delle capacità di auto-normazione della società, anche relegando ad una posizione di secondo piano le pretese di centralità della politica.
Venendo però alla sostanza della questione, non si può non partire dal fatto che il contesto italiano è viziato dalla posizione di monopolio che il cattolicesimo ha nel ‘mercato’ religioso. Se nessuno può ragionevolmente discutere o non fare i conti con questa rendita di posizione (certo non dovrebbe farlo una sinistra figlia di Gramsci), si può invece e si dovrebbe discutere la sua trasformazione da mero fatto a dogma. Nessuno discute l’importanza storica e culturale del cattolicesimo in Italia, la sua parte rilevante nella definizione dell’identità nazionale italiana, ma si può e si deve discutere per l’Italia dell’oggi e del domani la subordinazione dell’identità del Paese a quell’unico elemento. L’Italia non è solo cattolica, non lo è mai stata e tanto meno lo sarà in futuro. La sentenza stimola quindi a spezzare il monopolio cattolico dell’uso simbolico dello spazio pubblico. Poiché i simboli contano, quello che la sentenza chiede alla società italiana è di spezzare la strumentale e pericolosa saldatura etno-religiosa tra identità cattolica e identità nazionale e addirittura occidentale. Non a caso le reazioni più forti sono state proprio quelle di chi ha fatto di questa saldatura il suo cavallo di battaglia, dagli atei devoti ai finti liberali nostrani, fino alle gerarchie vaticane responsabili di una scelta miope e mortificante lo stesso significato religioso del crocefisso o di altri simboli religiosi. Il nesso cattolicesimo-tradizioni culturali-identità italiana (Europea e Occidentale) è fattualmente vero solo in parte, concettualmente fallace e normativamente insostenibile. In questo senso la sentenza della Corte ‘bonifica’ il campo, invita a sgombrarlo dalla posizione di monopolio di un solo attore, e invita la politica e la cultura italiane a non avallare operazioni strumentali, miopi e pericolose.
Il merito della sentenza, a mio parere, non è quello di ribadire il carattere privato delle credenze religiose e il dna secolare di uno spazio pubblico immunizzato rispetto ai simboli religiosi. Nulla di tutto ciò è sostenibile in un contesto post-secolare. Che lo spazio pubblico, scuola inclusa, possa essere reso permeabile (in forme e modi che sono oggetto di discussione) ai simboli religiosi lo dimostrano ogni giorno le pratiche di singole scuole, università e istituzioni pubbliche di diverso genere in Italia come in Germania o in Inghilterra. È sufficiente seguire la cronaca o tenere gli occhi aperti su queste materie per saperlo. Il merito della sentenza sta piuttosto nel riequilibrare le posizioni di partenza tra gli attori in campo, credenti, non credenti e ‘diversamente credenti’ rispetto ai cattolici. Uno spazio pubblico post-secolare deve essere uno spazio pluralista. L’Italia di oggi è già ben più pluralista di quanto voglia far credere chi difende l’arrogante nesso tra identità nazionale e cattolicesimo, e l’Italia di domani sarà sempre più pluralista, anche in termini religiosi. E c’è da augurarselo. Lo spazio pubblico di un paese multi-religioso e post-secolare difficilmente potrà essere uno spazio bianco; sarà quel che le pratiche di attori plurali sapranno definire e inventare. In ogni caso, però, non potrà e non dovrà essere uno spazio ad uso e consumo di un solo attore. Le sentenza della Corte di Straburgo, in linea di principio, inviterebbe a ripartire da qui, da una iniezione di pluralismo che sarebbe anche un potente fattore di ringiovanimento cultuale del paese.
*Università di Roma ‘Tor Vergata’
Massimo.Rosati@uniroma2.it
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L'intervento è
L'intervento è interessante, ma mi sento piùin sintonia con quanto ha scritto ieri Magris sul Corriere della Sera, che qui riporto.
Il crocifisso, simbolo di sofferenza che non può offendere nessuno
Sono contrario a ogni Concordato che stabilisca favori a una Chiesa piuttosto che a un' altra La sentenza è un passo indietro nella lotta per la laicità che è efficace solo se non travolge il buon senso
I l giovane Sami Albertin - la cui madre ha chiesto la rimozione del crocifisso dalle scuole statali approvata dalla Corte europea dei diritti dell' uomo, ricevendo per questo su forum e blog volgari insulti da chi, per il solo fatto di proferirli, non ha diritto di dirsi cristiano - dev' essere molto sensibile e delicato come una mimosa, se, com' egli dice, «si sentiva osservato» dagli occhi dei crocifissi appesi nella sua classe. Se erano tre, come egli ricorda, erano un po' troppi, ma provare turbamenti da giovane Werther o da giovane Törless è forse un po' esagerato; fa pensare a quella prevalenza dei nervi sui muscoli irrisa da Croce, che preferiva studenti studiosi e gagliardi a precoci giacobini. La sentenza e soprattutto i suoi strascichi provocheranno - ed è questa la conseguenza più grave - un passo indietro in quella continua lotta per la laicità che è fondamentale, ma che è efficace - ha ricordato Bersani, uno dei pochi a reagire con equilibrio a tale vicenda - solo se non travolge il buon senso e non confonde le inique ingerenze clericali da combattere con le tradizioni che, ancora Bersani, non possono essere offensive per nessuno. La difesa della laicità esige ben altre e più urgenti misure: ad esempio - uno fra i tanti - il rifiuto di finanziare le scuole private, cattoliche o no, e di parificarle a quella pubblica, come esortava il cattolicissimo e laicissimo Arturo Carlo Jemolo. Sono contrario a ogni Concordato che stabilisca favori a una Chiesa piuttosto che a un' altra anche se numericamente poco rilevante; ritengo ad esempio - è solo un altro esempio fra i tanti - che il matrimonio cattolico e il suo eventuale annullamento ecclesiastico non dovrebbero avere alcuna rilevanza giuridica, che dovrebbe essere conferita solo dal matrimonio e dal suo eventuale annullamento civile. «Frate, frate, libera Chiesa in libero Stato!», pare abbia detto Cavour in punto di morte al religioso che lo esortava a confessarsi. Forse è una leggenda, ma esprime bene la fede nel valore della laicità - che non è negazione di alcuna fede religiosa e può anzi coesistere con la fede più appassionata, ma è distinzione rigorosa di sfere, prerogative e competenze. L' obbligatoria rimozione del crocifisso è formalmente ineccepibile, in quanto la separazione fra lo Stato e la Chiesa - tutte le Chiese - non richiede di per sé la presenza di alcun simbolo religioso. La legge tuttavia consente di temperare la formale applicazione del diritto con l' equità ossia con la giustizia nel caso concreto. Ad esempio è giusto che i responsabili di istituzioni pubbliche non possano affidare lavori che riguardino quest' ultime senza indire pubbliche gare di appalto, perché altrimenti si favorirebbe la corruzione. Confesso che trenta o quarant' anni fa, all' epoca in cui dirigevo a Trieste un minuscolo e fatiscente Istituto di Filologia germanica, quando in una gelida giornata invernale di bora si era rotto il vetro di una piccola finestra ed entrava il gelo, non ho indetto alcuna gara d' appalto bensì ho cercato nella guida telefonica il vetraio più vicino, l' ho chiamato e gli ho pagato la piccola cifra richiesta, facendola gravare sulle piccole spese destinate all' acquisto di cancelleria, gomme, carta igienica, gesso. Formalmente sarebbe stato possibile incriminarmi, ipotizzando un mio illecito accordo col vetraio; ad ogni buon conto confesso il reato solo ora, in quanto caduto in prescrizione. Credo tuttavia che, in quel caso come in altri, ciò avrebbe convalidato il detto, proclamato da rigorosi giuristi e non da teste calde, «summum ius, summa iniuria» - massimo diritto, massima ingiustizia. E così forse è il caso del crocifisso. Quella figura rappresenta per alcuni ciò che rappresentava per Dostoevskij, il figlio di Dio morto per gli uomini; come tale non offende nessuno, purché ovviamente non si voglia inculcare a forza o subdolamente questa fede a chi non la condivide. Per altri, per molti, potenzialmente per tutti, esso rappresenta ciò che esso rappresentava per Tolstoj o per Gandhi, che non credevano alla sua divinità ma lo consideravano un simbolo, un volto universale dell' umanità, della sofferenza e della carità che la riscatta. Un analogo discorso, naturalmente vale per altri volti universali della condizione umana, ad esempio Buddha, il cui discorso di Benares parla anche a chi non professa la sua dottrina ed è radicato nella tradizione di altre civiltà come il cristianesimo nella nostra. Per altri ancora, scriveva qualche anno fa Michele Serra, quel crocifisso è avvolto dalla pietas dei sentimenti di generazioni. Altri ancora possono essere del tutto indifferenti, ma difficilmente offesi. Si può e si deve osservare che le potenze terrene di cui quel crocifisso è simbolo e sostanza ossia le Chiese si sono macchiate e talvolta si macchiano ancora di violenze, prepotenze, ipocrisie, che negano quell' uomo in croce e fanno del male agli uomini. Tutte le Chiese, non solo la cattolica; anche i protestanti hanno i loro roghi di streghe e la consonante finale dell' orrenda sigla razzista wasp (bianchi anglosassoni protestanti, sprezzantemente contrapposti ai neri). Naturalmente, siccome a noi stanno sullo stomaco le prepotenze della Chiesa cattolica, quando essa le commette, è giusto prendersela con essa prima che con le malefatte di altre confessioni in altri Paesi. Ma come quella p di wasp non offusca la grandezza della Riforma protestante e del suo libero esame, i misfatti e le pecche delle Chiese cristiane d' ogni tipo non offuscano l' universalità di Cristo, che anzi le chiama a giudizio. Su ogni bandiera e anche sulla croce ci sono le fetide macchie dei delitti commessi dai loro seguaci. In nome della patria si sono perpetrate violenze feroci; in nome della libertà e della giustizia si sono innalzate ghigliottine e creati gulag; in nome del profitto svincolato da ogni legge si sono compiute inaudite ingiustizie e crimini. Sulla bandiera dell' Inghilterra e della Francia c' è anche lo sterco della guerra dell' oppio, una guerra mossa per costringere un grande ma allora indifeso Paese a drogarsi in nome del profitto altrui. L' elenco potrebbe continuare a piacere. Ma le barbarie nazionaliste non cancellano l' amor di patria; la guerra dell' oppio non cancella l' universalità della Magna Charta e della Dichiarazione dei Diritti dell' 89 e quelle bandiere, inglese e francese, restano degne di rispetto e d' amore; il gulag installato in uno Stato che si proclamava socialista non distrugge l' universalità del socialismo e la ghigliottina non ha decapitato l' idea di libertà e di repubblica. E così tutto il negativo che si può e si deve addebitare alle Chiese cristiane non può far scordare anche il grande bene che loro si deve; la Chiesa cattolica non è solo Monsignor Marcinkus; è anche don Gnocchi e don Milani o padre Camillo Torres, morto combattendo per difendere i più miseri dannati della terra. Quell' uomo in croce che ha proferito il rivoluzionario discorso delle Beatitudini non può essere cancellato dalla coscienza, neanche da quella di chi non lo crede figlio di Dio. La bagarre creata da questa sentenza farà dimenticare temi ben più importanti della difesa della laicità, fomenterà i peggiori clericalismi; dividerà il Paese in modo becero su entrambi i fronti, darà a tanti buffoni la tronfia soddisfazione di atteggiarsi a buon prezzo a campioni della Libertà o dei Valori, il crocifisso troverà i difensori più ipocriti e indegni, quelli che a suo tempo lui definì «sepolcri imbiancati». Il Nostro Tempo ha ricordato che Piero Calamandrei - laico antifascista, intransigente nemico della legge truffa dei governi democristiani e centristi di allora - aveva proposto di affiggere, nei tribunali, il crocifisso non alle spalle ma davanti ai giudici, perché ricordasse loro le sofferenze e le ingiustizie inflitte ogni giorno a tanti innocenti. Evidentemente Calamandrei era meno delicatino del giovane Albertin. In Italia, la sentenza è un anticipato regalo di Natale al nostro presidente del Consiglio, cui viene offerta una imprevista e gratissima occasione di presentarsi nelle vesti a lui invero poco consone, di difensore della fede, dei valori tradizionali, della famiglia, del matrimonio, della fedeltà, che quell' uomo in croce è venuto a insegnare. È venuto per tutti, e dunque anche per lui, ma questo regalo di Natale non glielo fa Gesù bambino bensì piuttosto quel rubizzo, giocondo e svampito Babbo Natale che fra poche settimane ci romperà insopportabilmente le scatole, a differenza di quel nato nella stalla. RIPRODUZIONE RISERVATA
Magris Claudio
Pagina 10
(7 novembre 2009) - Corriere della Sera