Per ricordare un amico, uno scienziato, un uomo di pace

di Giorgio Parisi*

Mer, 07/11/2007 - 13:38

Daniel Amit era nato in Polonia nel 1938, immigrato in Palestina nel 1940, professore di Fisica prima a Gerusalemme e poi a Roma dal 1991, cittadino italiano dal 1999 è morto a Gerusalemme domenica scorsa 4 Novembre.
Daniel Amit, scienziato di grandissimo valore, è stato uno dei fondatori della moderna teoria delle reti neurali e uno dei leader indiscussi di questo campo. Era un uomo eccezionale per il suo fortissimo senso della giustizia, per la sua capacità di indignarsi, di non rassegnarsi, di lottare per una giusta causa di esporsi e di rischiare in prima persona e anche di mettersi in discussione, con un velo di autoironia. Era un instancabile promotore di iniziative di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani, tra le quali il sostegno ai soldati israeliani che si sono rifiutati di combattere nell' esercito.
Oggi lascia un vuoto incolmabile non solo nella scienza, ma in tutti i luoghi in cui era riuscito a far arrivare la sua infaticabile voce riuscendo a sommergere scetticismo e indifferenza.
Per ricordarlo vorrei citare due brani tratti da suoi scritti, il primo tratto da un articolo pubbicato sulla rivista del Manifesto nell’aprile 2002, il secondo sul numero 9 di  Prometeo del 2005, che affrontano temi ancora scottanti.

* Fisico, del Comitato promotore nazionale Sd

TESTIMONIANZE CONTRO IL MALE (2002)

(…)
In Israele la diffusione di iniziative dal basso non è mai cessata, nemmeno durante la la più ossessiva pressione propagandistica durante le diverse guerre, le due Intifada, o dopo il fallimento delle trattative per un accordo definitvo (Camp David, Taba), o anche durante i periodi di più acuta tensione tra la popolazione ebrea e quella araba. Un numero elevato di queste associazioni, da entrambe le parti, si rivolge spontaneamente alle associazioni affini dell’altro popolo. In parte questi tentativi nascono dalla convinzione che una comunione di interessi sociali dovrebbe creare una comprensione più facile al di là dei confini: donne con donne, medici con medici, avvocati e attivisti di diritti con i loro simili, artisti con artisti, gente attenta alla qualità dell’informazione delle due parti ecc. Un altro motore della ricerca delle associazioni nei due campi è costituito dal fatto che spesso, in Israele, le Ong di impegno civile attraggono membri della comunità degli arabi israeliani, che, come minoranza discriminata, ha una forte coscienza sociale. I legami tra ebrei e arabi in queste associazioni si trasformano assai naturalmente in ricerca di contatti e di solidarietà con i palestinesi nei territori occupati; o per conseguenza dell’affinità nazionale degli arabi israeliani e dei palestinesi occupati; o perché gli ebrei di queste associazioni presto generalizzano il lavoro comune con concittadini arabi in uno slancio di solidarietà con i palestinesi. Una terza forza, non meno importante, che promuove queste relazioni sono i contatti comuni con le Ong e le associazioni estere per la pace, che lavorano nella regione e interagiscono con quelle locali.
(…)
Molte di queste associazioni si aggregano per motivi solidaristici, o per il sostegno militante alla lotta degli altri che si ritiene giusta, o per la covinzione etica e politica che una causa che esiga tante violazioni di diritti non può essere giusta. Tali posizioni vengono sempre più spesso considerate suicide. Infatti, come ha scritto recentamente Edward Said: «Credo che finalmente la politica di Sharon è apparsa suicida a un numero significativo di israeliani, anche perché un numero crescente di israeliani condivide la posizione degli ufficiali di riserva avversa al servizio militare nei territori occupati come modello di opposizione e di resistenza. Questo è il risultato migliore dell’Intifada».
Spero che qualcuno stia facendo un elenco sistematico di tutte le iniziative e dei gruppi oggi in campo. Saranno alcune decine, tra grandi e piccoli, tra vecchi e nuovi, settoriali o generali, etnocentrici e internazionalisti, ebrei e misti ebreo-arabi. Forse, sulla linea di Edward Said, i più interessanti, emersi nel periodo ‘post Oslo’, sono Seruv e Tàayush. Nessuno dei due è una novità assoluta, ma c’è una sensazione netta che le cose stiano cambiando. Seruv è un figlio, un po’ mutato e adeguato alle nuove condizioni, di Yesh Gvul. Quest’ultima organizzazione, formatasi nel 1982 durante l’invasione israeliana del Libano, compie in giugno vent’anni e in occasione dell’anniversario ha in programma un grande evento di sostegno agli obiettori.
Quello che è assai particolare, sia per Yesh-Gvul che per Seruv, è l’obiezione selettiva. Mentre Yesh-Gvul, a differenza di Seruv, sostiene anche pacifisti per convinzione ideologica, entrambe puntano al rifiuto selettivo. Per l’organizzazione madre, l’obiezione è a priori e parte dal presupposto che l’occupazione, sia del Libano che del territorio palestinese, è inaccettabile ed esprime la mancanza di una vera volontà da parte di Israele di vivere in pace. Seruv, invece, parte dall’esperienza diretta sul campo nel vivo dell’esperienza della politica di repressione dell’Intifada. L’assenza di un approccio a priori si dimostra anche nel fatto che tutta questa gente ha, per più di un anno, partecipato (come riservisti, un mese all’anno) all’attività militare nei Territori. Si riconoscono nelle posizioni dello storico Elam («il manifesto», 26.2), che dice: «I soldati di riserva che rifiutano di servire nei Territori, hanno la giustizia formale e la giustizia sostanziale dalla loro parte, perché nei territori vige una situazione che è a priori illegale: non perché c’è un regime di occupazione [corsivi miei, D.A.], ma perché c’è un regime mostruoso, un vero sistema di apartheid, inteso ad assicurare l’esistenza e la prosperità di 200.000 coloni ebrei, considerati cittadini di Israele, alle spese dell’esistenza, della prosperità e della libertà di 3.200.000 palestinesi che sono cittadini di niente». Infatti, l’appello all’esperienza diretta si è mostrato assai efficace, sia per il ricorso alla categoria dei crimini di guerra, sia per la testimonianza diretta del prezzo umano che si paga continuando la politica di occupazione e colonizzazione.
È bello guardare il sito di questi soldati, che oggi sono 331. Accanto a molti nomi c’è un link che riporta alla loro testimonianza. Se ci si sofferma sul nome di Shamai Leybovitz (il nipote del filosofo-scienziato religioso che ha annunciato la fine dell’occupazione qualora si arrivasse a 500 soldati obiettori), si trova una dettagliata argomentazione religiosa per giustificare il rifiuto e l’opposizione all’occupazione (purtroppo questo testo appare solo in ebraico).
Il gruppo Tàayush è stato descrito in dettaglio da Zvi Schuldiner («il manifesto» 6.3.2002). Anche questa organizzazione trova i suoi precedenti in un lungo lavoro da sempre svolto attivamente nel Partito comunista, nel quale si sono ritrovati insieme per tanti anni arabi e ebrei che cercavano la coesistenza, la riconciliazione, la cooperazione, sia nella prospettiva di una convivenza all’interno dello Stato di Israele, sia per solidarietà con i palestinesi sotto occupazione. La partecipazione massiccia degli arabi israeliani nel Partito comunista ne faceva il veicolo principale di superamento delle frontiere. Oggi, con la formazione di partiti nazionalisti degli arabi israeliani, il peso del Pc è diminuito. D’altra parte, il bisogno di esprimere solidarietà sta sempre crescendo, sia per l’aumento della violenza israeliana nei territori, sia, dopo l’uccisione di 13 manifestanti, arabi cittadini israeliani, nell’ottobre 2000, per il pericolo che la frontiera arabo-palestinese all’interno di Israele divenga un luogo di aspri conflitti. Questa organizzazione si è infatti costituita dopo l’inizio della nuova Intifada nel novembre 2000. Opera su due piani: «Per l’ugualianza di diritti civili, politici, e sociali all’interno di Israele; e per la fine dell’occupazione e la costituzione di uno Stato palestinese indipendente nei Territori».
È commovente scorrere nel sito di Tàayush il numero e la varietà delle iniziative in corso o già svolte. E altrettanto commovente vedere la collaborazione attiva tra i diversi gruppi. Non passa un giorno senza che in parti diverse di Israele e dei Territori quattro o cinque iniziative diverse si snodino promosse da gruppi di ogni tipo.
Il potere del male resta enorme: quando, come accade spesso, esso supera sempre di nuovo tutti i limiti immaginabili, tutto sembra futile. Mentre vengono scritte queste righe, mi arrivano messaggi su messaggi dai Territori. Uno da Ramallah dice: «Abbiamo bisogno del vostro aiuto… siamo totalmente occupati a Ramallah, cannonate e spari, la battaglia dentro Amari (campo di profughi) è durata tutta la notte…». Uno da Gaza, da AP: «Carri armati e truppe israeliane hanno invaso il campo profughi della Striscia di Gaza e scatenato una battaglia feroce, uccidendo almeno 17 palestinesi, smentendo la decisione di Israele di finirla con la reclusione di Arafat»

LA SCIENZA AI TEMPI DEL NEOLIBERISMO (2005)

(…)
4. Le difese ‘tecnologiche’  della Scienza

Tra le difese popolari della Scienza si possono individuare diversi elementi:
a. Che l’attività umana chiamata “Scienza” abbia un significato chiaro, univoco e  immutabile, e che quando uno si riferisce alla Scienza oggi si riferisca ad una  tradizione gloriosa, permanente e ben definita;
b. Che il motore principale della tecnologia sia la scienza, ovvero che senza la “Scienza”  non ci sia tecnologia;
c. Che l’accento posto sullo sviluppo tecnologico non possa che far progredire il livello  intellettuale della “Scienza”;
d. Che lo sviluppo della tecnologia abbia in fin dei conti (con alcuni sconti) un effetto  sociale positivo, ovvero che un stretto rapporto scienza-tecnologia non può che  fornire una buona difesa del ruolo sociale della scienza;
Esaminiamo una per una queste ipotesi:
a. Il senso dell'attività scientifica: Una volta, alla domanda cosa è la Fisica, si  rispondeva, quello che fanno i fisici. Carino, ma o la domanda non ha senso, o non siamo  arrivati ad una risposta sensata. Sembra un tentativo di nascondersi dietro dei nomi  celebri, Newton, Maxwell, Einstein etc. Però, è questo quello che fanno i fisici oggi? Sono  almeno consapevoli delle motivazioni che animavano questi scienziati, i loro metodi? Lo  stesso puo’ essere detto per la biologia, Darwin, Crick, Watson, Huxley. O la medicina,  Pasteur, Sabin (polio) etc. 
Siamo stati educati all'idea che la scienza moderna sia stata spontaneamente generata, ex novo, a partire dal Rinascimento, da Copernico, Galileo, Newton etc. Ma l'eccezionale libro  di Lucio Russo  presenta ampia e convincente testimonianza dell'esistenza di una scienza,  giustamente chiamata moderna, nella Grecia ellenistica. E, inoltre, una cosa che  raramente ci viene raccontata a scuola, è che i pionieri della scienza moderna, (Leonardo,  Galileo, Newton, Darwin) conoscevano, e apprezzavano questa scienza, e si consideravano  i suoi eredi, impegnati nell'estenderla. 
Cosa significa? Che c'è stato uno iato di più di 1500 anni in cui si faceva talmente poco di  questo tipo di attività da consentire la nascita del mito che la scienza non esistesse  affatto. Allora, durante quel periodo cosa si faceva mentre si parlava di scienza? 
Un’altra indicazione che qualcosa di fondamentale sia mutato, arriva da un’autorità niente  meno, di Sir Michael Atiyah, ex presidente della Royal Society: “Rischiamo di perdere la  nostra strada e la nostra identità. L’ethos scientifico sta diventando sempre più difficile da  discernere.” La mia preoccupazione è che la perdita odierna dell'identità sia una versione  moderna del quello che è accaduto alla scienza ellenistica sotto l'impatto della Roma  tecnologica, provocata da un'America ossessionata da tecnologia da paura e da guerra,  come risposta alla paura.
b. Il motore della tecnologia: Anche a questo proposito la storia e molto meno  chiara, e non sempre conforme alle verità a cui siamo sottoposti. Edison non si è basato  sulla scienza per fare una delle scoperte tecnologiche più fondamentali della storia  moderna; neanche il motore a vapore (o a calore) non lo e’ stato. Anzi, la fisica dell'epoca  si fortemente opposta all'idea. E nemmeno la tecnologia principale dell’aggricultura (la  selezione della specie) aveva dovuto aspettare Darwin. Russo descrive un modello  affascinante di si è arrivati ad una scienza moderna nel periodo ellenistico. Secondo  Russo, saranno state le conquiste di Alessandro Magno a mettere in contatto l’altissima  tecnologia dell'oriente (Persia, Egitto) con la civiltà della Grecia classica, che aveva una  curiosità infinita e strumenti speculativi straordinari. La miscela è stata esplosiva. 
Per il nostro discorso la conclusione rilevante è che c'è stata alta tecnologia in assenza di  scienza sistematica, sviluppata. Per conseguenza non si può sostenere, senza altri  ragionamenti e ulteriori dati, che la "Scienza" sia la condizione sin-qua-non dello sviluppo
tecnologico.
c. Il feedback della tecnologia sulla scienza: Uno degli effetti problematici  dell'attività politica radicale degli anni 60-70 è stata la pressione verso la ‘rilevanza  sociale’ della scienza, e contro le 'torri d'avorio'. Questa, come tante altre idee buone, è  stata cooptata dalle forze egemoni, per rendere la scienza un elemento accessorio del sistema prevalente di sviluppo economico. In questa direzione spingono le autorità americane, e in Europa stiamo copiando questo approccio in un modo poco critico.
Lucio Russo descrive come l'impero romano, forte e tecnologico, e' riuscito a debilitare la scienza ellenistica. Il risultato fu una ibernazione della scienza per 1500 e passa anni. Basterebbe guardare che tipo di progetti vengono promossi dalle agenzie nazionali e internazionali, per rendersi conto che la maggior parte dei finanziamenti vengono assegnati a progetti che giovano ad un’idea sbagliata o discutibile di sviluppo economico, che promuove il virtuale, il superfluo, il militare, a spese del sociale e della conservazione ecologica. Basterebbe menzionare che nella UE 4.3 miliardi di Euro vengono stanziati alla ricerca in nanotecnologia. La biotecnologia gode di più di 8  miliardi di $ (pubblico e privato) nei soli USA, e a volte la distanza tra le due tecnologie diventi assai ambigua.  Il mondo della ricerca collabora, grosso modo, spinto dalla facilità di ottenere finanziamenti, e dell’esposizione mediatica accoppiata al odierno processo di produzione- commercializzazione. 
La tecnologia, come si è detto, ha sostituito il concetto della ‘rilevanza sociale’ dell'attività scientifica. Negli ultimi decenni, l’amalgama (la lega) scienza-tecnologia significa sempre meno scienza, sempre più tecnologia. Basterebbe riflettere sul fatto che quasi non esista una facoltà di scienza di un livello dignitoso che non conti tra i suoi dipartimenti (centri, istituti) uno di biotecnologia. Lo stesso si potrebbe dire dell’attività universitaria intorno nanotecnologia. Ma in questi due casi (e non sono gli unici) non si propone nemmeno  un'eufemismo da dare all’attività tecnologica una facciata scientifica. L'infante si chiama per il proprio nome e cognome. 
Quello che si fa in molte attività, classificate scientifiche, è lavoro di sviluppo tecnologico a basso costo per l'industria (in più, costo quasi interamente sociale). Non è lavoro scientifico, certamente non nel senso che i migliori “platonici” tra noi (Bricmont, Chomsky) difenderebbero. Una caratteristica dei nostri tempi è che affermazioni come quelle citate, non creano nemmeno un imbarazzo (nano dettagli).
Che questa situazione non venga chiamata in causa, è in gran parte dovuto ad uno stretta cooperazione tra il mondo economico con il sistema politico, mediatico, e anche con quello della ricerca, purtroppo. Questa collaborazione non può essere ingenua. Fa parte di un concetto supeficiale che ritiene qualsiasi mezzo legittimo purché prometta una "crescita'" economica. A qualcuno  ciò potrebbe sembrare il massimo del percorso dell'evoluzione umana. Ma pare invece piuttosto rientrare nell’ambito di rischio che si sarebbe provocato da una evoluzione genetica che portasse ad una singola specie (richiamndo, per metafora, l’agricultura della FMI nei paesi africani), contrapposta ad una evoluzione che producesse la diversità.
d. Lo sviluppo tecnologico e il bene sociale: Anche questo aspetto dipende molto, come la definizione dell'attività scientifica, dal periodo storico. Servirebbero degli studi dettagliati e quantitativi della questione, e in parte sicuramente esistano già. Almeno dall'inizio degli anni 90, la gran parte dello sviluppo tecnologico ha molto poco a che fare con il bene sociale. La tecnologia è indirizzata in primo luogo a trovare sbocchi alla sovrapproduzione di un sistema industriale in crisi ed un sistema finanziario stagnante. Mi sembra che questo sia vero per tutte le aree della tecnologia, da quella dell'astrofisica (satelliti,spazio, analisi delle immagini); della comunicazione (cellulari, internet, etc); dell'informatica (computer, software sterminato, virus anti-virus, etc); della sanità e la biologia (manipolazione genetica, clonazioni etc)  (farmaci cronici, farmaci fittizi, brevetti segreti, macchinari costosissimi che servono poca gente, etc); dell’alimentazione (OGM da controllare i semi, brevetti su specie, distribuzione dell’acqua, etc). Tutti questi sviluppi vengono poi difesi, pubblicizzando i benefici drammatici ai pochi dalla prosperità virtuale che ci circonda. 
Il principale problema odierno non è la collaborazione della scienza con i militari, da sempre attuata, almeno dai tempi della gloriosa scienza ellenistica (viz. Archimede). Le guerre e la centralità dell'apparato militare (anche in tempi di pace) derivano da un sistema economico-sociale che difende globalmente i suoi privilegi accumulati. Il problema è piuttosto l’integrazione della scienza con questo sistema, la sua crescente identificazione con esso, cosi come la sua acquiescenza nel essere usato come foglia di fico. Nelle parole di Sir Michael Atiyah: “Gli scienziati sono spesso considerati una élite segreta, una parte minacciosa dell’establishment, una componente di ‘loro’ non di ‘noi’.”
La sovrapproduzione in campi come la comunicazione, l'informatica, i macchinari di ricerca biologica, i medicinali cronici, gli OGM per controllo della nutrizione, cloni fortuiti è identificata con la scienza, e difesa da essa e delle sue più gloriose riviste. Accettare priorità di ricerca dettate dai produttori, attraverso le istituzioni politiche, mette a repentaglio la posizione sociale ed intellettuale della scienza. A questo contribuisce anche un rapporto perverso con i media che stanno vendendo la scienza come un elemento di copertura del progetto economico-sociale prevalente, offrendo agli scienziati la tentazione dell'esposizione pubblica come alle ragazze dei tele-show. Quasi tutte le barriere fra riviste di alto prestigio, da un lato, e media di alto `turnover’, dall’altro, sono scomparse, e pubbliche relazioni e gestione dei media sono diventate componenti consuete delle istituzioni di elevato prestigio accademico. La confusione, accennata sopra, tecnologia- scienza e la difesa autoritaria di un concetto ideale di scienza (che è un miracolo), escludendo altri modi di conoscere, serve come copertura perfetta per un sistema sempre più in crisi, sempre più violento. 
Dovrebbe essere un sorprendente avvertimento che già nel 1917, Einstein, cui festeggiamo quest’anno, ha scritto “l’intero venerato  progresso tecnologico – l’intera nostra civilizzazione – e’ come un’ascia nelle mani di un criminale patologico”.
(…)


Il suicidio di Daniel Amit

Il suicidio di Daniel Amit è un colpo per noi perché è un altro segno della sconfitta di varie generazioni, in particolare di quella nostra degli illusi del 68. È duro perché Daniel non era una persona normale. I normali si fermano ad aspettare che chiarisca. "Piegati giunco che passa la piena" dicono forse accelerando la sconfitta. Daniel era assolutamente non-normale. Una mescola esplosiva di orgoglio, testardaggine, ironia, lucidità, coerenza, forza di volontà... facevano di lui una persona difficile che non accettava la debolezza negli amici, che forse mancava di quel pizzico di paternalismo che permette al leader di trascinare gli altri. Però era un esempio estremo di resistenza a un sistema che cerca la manipolazione. Avrebbe potuto essere un vincente totale a patto che accettasse di abbandonare i perdenti ma a questo lui rispondeva col suo sorriso fra ironico e cinico. I vincitori li facevano schifo come a molti di noi perché costano milioni di perdenti e francamente non lo valgono e quasi sempre non lo meritano. Cosa dovremmo imparare della sua vita? Per adesso non lo so. Forse diventerà un punto di riferimento, un esempio di chi con estrema coerenza richiede giustizia, per tutti.


Daniel Amit è stato il mio

Daniel Amit è stato il mio professore nel corso di Reti Neurali alla Sapienza di Roma. Era il primo semestre dell'anno accademico 1993/94.
Diversi anni dopo, nell'agosto del 2001, ricevetti con mia grande sorpresa una email da Daniel: aveva casualmente letto, da qualche parte su internet, un mio resoconto delle giornate di Genova, quelle del G8, e ci teneva a far sentire la sua vicinanza a quanti erano stati testimoni di quella carneficina. Fu sorpreso e divertito quando gli risposi presentandomi come un suo ex-studente: non se lo ricordava assolutamente, mi aveva scritto semplicemente perché era rimasto commosso dal racconto di quelle vicende, e ci teneva a far arrivare il suo appoggio a chi le aveva vissute in prima persona.
Qualche mese dopo, quando Bush iniziò a bombardare l'Afghanistan, lo invitai a tenere una conferenza durante una iniziativa contro la guerra alla Garbatella; in platea c'erano diverse centinaia di persone, che restarono incollate alle sedie per più di due ore, rapite dalla sua testimonianza di uomo di Pace.
Questo è il mio ricordo di Daniel, insieme alle sue piacevolissime lezioni in una auletta del pieno terra al vecchio edificio di Fisica, che hanno segnato profondamente la mia formazione umana e professionale. Il suo "Modeling Brain Function" è rimasto sempre sul ripiano centrale della mia liberia, quello dove si tengono i libri che fa piacere avere in vista nella propria casa, a ricordarmi sempre il suo sorriso enigmatico, la sua grande nobiltà d'animo e la profondità delle idee in cui credeva con tanta tenacia.


Daniel Amit e` stato un mio

Daniel Amit e` stato un mio professore all'Università di Roma "La
Sapienza" nell'ormai lontano 1998. E` stata la mia guida nel campo
delle neuroscienze computazionali ed anche, ma forse sopratutto, un
riferimento culturale di opposizione durante la mia attività politica
all'interno dell'Università. Ricordo il confronto scientifico serrato
durante il corso, l'incredibile forza comunicativa, la capacita` di
tenere assieme il lato matematico, biologico e filosofico di una
disciplina per definizione borderline come le neuroscienze. Accanto a
questo lato più squisitamente accademico, ricordo la sua curiosità
nel comprendere le istanze dei movimenti politici che attraversavano
l'Università in quegli anni, il suo incessante impegno militante
contro la guerra, qualsiasi guerra. Daniel Amit e` stato un
antagonista nel senso più` stretto del termine, un esempio di coerenza
e coraggio civile, un uomo che ha sempre vissuto sino all'estremo
sacrificio le proprie convinzioni. Un grande uomo ci ha lasciato, e da
ora siamo tutti un po' più soli.

Andrea Pagnani


Anche in brevi frammenti

Anche in brevi frammenti come questi due scritti si vede bene il procedimento intellettuale di Daniel. Innanzituttto prendere la parola solo partendo da una conoscenza di prima mano, accuratissima, capillare, della questione affrontata. Su questa conoscenza si appoggiava la sua capacità di leggere i fatti cercando le grandi connessioni, le linee di tendenza, in modo da far affiorare il significato complessivo degli avvenimenti. Qui Daniel metteva a frutto non solo la sua intelligenza acuminata, ma la sua formazione scientifica portata ad andare oltre le apparenze dei fenomeni. Quanto al criterio di giudizio con cui valutare criticamente i fatti, per lui è la coscienza sociale di chi si schiera con la maggioranza degli esseri umani, che non hanno mezzi né voce in capitolo, mentre una ricca minoranza occidentale ipersviluppata decide dell'avvenire del pianeta tenendo conto esclusivamente del proprio vantaggio immediato, che viene fatto passare per interesse generale.
Purtroppo sono rare le persone come Daniel, in cui la coscienza sociale si unisce non solo a una eccezionale capacità di approfondire cause ed effetti, ma anche a un impegno intervenire pubblicamente, per analizzare e ragionare, sempre con pacatezza. Daniel era una persona appassionata e anche intransigente, ma negli scritti non si fa mai prendere la mano dall'invettiva e dalla polemica.
Di conseguenza gli scritti di Daniel Amit sia in materia di politica israeliana sia di politica della scienza sono sempre contributi preziosi per orientarsi in profondità rispetto all' informazione massmediatica di cui disponiamo abitualmente, e per questo a mio avviso andrebbero raccolti e ripubblicati. Non rischiano infatti di perdere attualità, sia per il loro valore intrinseco di interpretazione, sia come lezione di metodo.

A proposito dei due scritti riproposti qui, mi sembra particolarmente importante quanto Amit fa notare a proposito della sovrapproduzione in determinati campi tecnologici, (ad es. informatica, software) sulla spinta di un tipo di sviluppo che non parte dai bisogni reali, ma ne induce sempre di nuovi, mentre restano scoperti enormi spazi di indagine ricchi di potenzialità anche ai fini di uno sviluppo economico alternativo. Particolarmente acuta la critica di Amit alla tendenziosità dell'attuale sviluppo tecnologico, che viene contrabbandato come "scientifico", come se fosse comandato dalle superiori esigenze della scienza, quando in realtà mette la scienza al servizio di una politica industriale che guarda all'interesse a breve di una piccola minoranza.
Amit aveva una grande fiducia nel valore di una ricerca scientifica indipendente , ed è per questo che non perdeva occasione di richiamare i ricercatori a non chiudersi nel proprio laboratorio, ad alzare gli occhi e la testa, ad avere una visione di insieme e a riappropriarsi del senso del proprio lavoro.
E più di tutto aveva fiducia nel fatto che l'intelligenza e la buona volontà di una minoranza non sono condannate necessariamente a soccombere di fronte all' ottusa aggressività dominante, se ci si impegna a costruire reti di solidarietà, che se non riescono a rovesciare i rapporti di forza e a prevalere nell'immediato, costruiscono punti di aggregazione fuori del coro, e tengono in vita l'intelligenza critica e prospettive alternative. Lo si vede molto bene dall'attenzione e dalla cura con cui Amit parla delle decine di associazioni che anche nei momenti più bui del conflitto palestinese non hanno mai cessato di tessere contatti tra l'una e l'altra parte, di tenere aperti i canali di comunicazione e di collaborazione, di impedire che ebrei e palestinesi smettessero reciprocamente di considerarsi uomini.

Tra tutte le tragedie del mondo contemporaneo, la situazione palestinese è stata sempre per Daniel Amit il punto più dolente. Come ebreo, approdato in Palestina a 2 anni, nel 1940, quando i genitori avevano dovuto lasciare la Polonia fuggendo la persecuzione nazista, Daniel non poteva tollerare che il suo popolo potesse opprimere un altro popolo, calpestarne i diritti più elementari, usargli ingiustizia in modo tanto grave. Non poteva rassegnarsi a vedere tanti ebrei di Israele agire in modo da crescersi intorno sempre più odio e rancore, con l'idea di adoperarsi invece alla propria difesa e convincendosi di non avere altra scelta. Col passare degli anni, con l'incancrenirsi delle ostilità, nel vedere che una pace giusta, dopo essere sembrata a portata di mano, tornava ad allontanarsi spaventosamente, mentre l'occupazione dei territori si faceva sempre più distruttiva e intollerabile, col conseguente inasprirsi del terrorismo, con la costruzione del muro, Daniel faticava a non disperare. O per meglio dire, era serenamente disperato, ma continuava lo stesso ad opporsi alla cecità umana, coltivando senza illusioni ogni iniziativa, anche minima, che potesse mantenere aperto uno spazio di dialogo e di pace. Perché forse non c'era speranza, ma valeva comunque la pena di testimoniare un'altra idea di politica, un'altra idea di Israele, e se una speranza c'era, poteva essere solo lì.

Poi nella vita di Daniel qualcosa ha ceduto, c'è stato un oscuramento. Ha deciso di uscire dal gioco, ci ha lasciato senza consultarci, ben sapendo che avremmo cercato di impedirglielo. Pensava di avere ormai speso il meglio delle sue energie, e ha preferito concludere la sua esistenza in anticipo, prima di diventare un peso per se stesso e per gli altri, invece di percorrere lentamente tutta la parabola discendente. Non dovevi farlo, avevamo ancora troppo bisogno di te, diciamo amaramente noi che gli volevamo bene. Ma fino a che è stato vivo ha continuato a cercare e trovare compagni con cui opporsi all'ingiustizia, anche e soprattutto quando la sproporzione delle forze era evidente. Il suo addio, per chi conosceva bene Daniel, non ha il sapore della rinuncia alla resistenza, Poteva andarsene perché non sarebbe finita con lui: non era l'ultimo uomo sulla terra che cercasse di essere degno di questo nome. Si era convinto che per lui fosse venuto il tempo di uscire di scena, e di affidare il futuro alle generazioni più giovani: io mi fermo qui, ragazzi, e voi andate avanti per il vostro tratto di strada. Qualcuno avrebbe continuato a non rassegnarsi alla guerra e alla sopraffazione, come i refuseniks che aveva sostenuto con tutte le sue forze, girando l'Italia per farli conoscere, felice che ci fossero dei giovani israeliani come loro; e qualcuno, nel resto del mondo si sarebbe schierato al loro fianco, per tenere viva a tutti i costi una traccia di calore umano, di ragione e di fraternità in quella regione dilaniata e in tutti gli orrori del pianeta. Penso che se ne sia andato senza dubitare di questo, sapendo di non essere solo, e penso che avesse ragione di non dubitarne.


Daniel Amit è stato un mio

Daniel Amit è stato un mio professore alla Sapienza di Roma, più di dieci anni fa. Era esigente e coinvolgente. Ho un ricordo particolare, legato a lui, dei miei anni universitari. Una volta si prese la briga di portare me e miei colleghi ad una conferenza di biofisica a Cividale del Friuli. Era la nostra prima conferenza, non avevamo nessuna esperienza di ricerca, nessuno di noi aveva ancora scelto l’argomento della tesi ma per lui non fu un problema. In questo era molto diverso dai docenti che avevo incontrato fino a quel momento. Il rapporto con lui era stato da subito molto schietto.
Negli anni ho avuto modo di incontrarlo più volte, spesso al di fuori dell'università. Che si trattasse del conflitto israelo-palestinese, di refusniks, di opposizione all’intervento della Nato in Serbia o alla guerra in Aghanistan e in Iraq era facile incontrarlo e impossibile non notarlo.
Nel novembre del 2002, dopo aver trascorso alcuni anni all'estero, sono ritornato in Italia e all'università di Roma. Il primo, fra i miei ex-professori che ho incontrato è stato Daniel Amit. Non in dipartimento, però, ma al social forum di Firenze. Alla fine mi sono ritrovato a lavorare nella stanza accanto alla sua. Che ora è vuota e buia, mentre il suo nome resta sulla porta accanto all'adesivo "fermiamo la guerra".


Ho conosciuto Daniel Amit

Ho conosciuto Daniel Amit nel 2000 in occasione di un un convegno da me organizzato per la Fondazione Carlo Erba intitolato " The Emergence of the Mind " e al uale egli partecipava come oratore.. Seduto casualmente a suo fianco ho incominciato a parlare con lui ed è stato l'inizio di un dialogo, che è continuato nel tempo ed ha profondamente segnato la mia vita. Daniel Amit è in assoluto una delle persone a cui mi sono sentito più legato emozionalmente e intellettualmente. La sua perdita é stata anche per me una vera " mutilazione ", facendo mio il termine usato da Giorgio Parisi, una mutilazione che si fa sempre piu senitire via via che finisce lo choc provato al momento della lettura della notizia della sua scomparsa.. Prima dell'estate ci eravamo dati appuntamento a Roma per novembre e faccio fatica a credere che non ci vedremo più.e che il dialogo si è fatalmente inerrotto, un dialogo che mi aveva dato tanto.


donna di denari