L'Unità della Sinistra è l'unica via possibile

di Marcello Cini*

Ven, 11/01/2008 - 10:08

Caro Valentino,
    trovo poco soddisfacente la tua breve risposta alle tre lettere di domenica (Roberto Pizzuti, Felice e Liliana Piersanti e Moreno Biagini) che - condividendo in tutto o in parte le critiche avanzate nelle ultime settimane alla linea del giornale da parte di Francesco Indovina, Luciana Castellina e Massimo Serafini - vi invitavano, con più o meno garbo, a smettere di “arricciare il naso” nei confronti del tentativo in corso di costruzione di un soggetto unitario della sinistra, esortandovi a contribuire maggiormente al suo, indubbiamente molto problematico, successo. Dobbiamo “afferrare Proteo”, rispondi, non correre dietro ad aggregazioni di vertice nella sfera della politica. Così formulato l’obiettivo appare suggestivo, anche se vago. Il sugo è tuttavia un altro: arrangiatevi – dici - noi manteniamo la nostra autonomia di “quotidiano comunista”.
    Cerco allora di spiegare perché considero questa strategia autolesionista e disperatamente perdente. Il nodo è secondo me, la riaffermazione della vostra etichetta programmatica, che Marco D’Eramo con la sua garbata arguzia, qualche tempo fa equiparava a una “foglia di fico”. Questa foglia, tuttavia non mi sembra nascondere sotto di sé, come di solito accade, qualcosa di vigoroso e vitale, ma soltanto una lapide funeraria. Una lapide che, come voi stessi con le vostre figurine avete documentato, copre le tombe più svariate, da quelle dei più profondi pensatori e dei leader politici più carismatici e coraggiosi fino a quelle dei profeti più visionari e sanguinari della storia degli ultimi due secoli, ma che è di scarso aiuto nel cogliere l’essenza delle molteplici forme che Proteo sta assumendo all’inizio del XXI.
    Abbandonare questa lapide per sostituirla con un richiamo ai valori di fondo che fin dalla Rivoluzionde Francese contrappongono la sinistra nelle sue variegate manifestazioni alla destra – anch’essa variegata ma saldamente tenuta insieme da un ideologia storicamente arroccata sulla difesa dei privilegi e del potere delle classi dominanti - non sarebbe certo tradire la memoria dei padri fondatori del movimento operaio né quella dei milioni di donne e uomini che hanno sacrificato la vita in nome dei suoi ideali. Significherebbe al contrario presentarsi alle generazioni che del comunismo hanno solo sentito parlare come fonte di errori e di orrori, con parole che rappresentino i nuovi valori di una società capace di non farsi travolgere dalla mercificazione totale di ogni aspetto della vita individuale e collettiva, e di opporsi alle drammatiche conseguenze dell’assunzione del mercato come regolatore unico e supremo dello sviluppo globale.
     Parlo, in estrema sintesi, del rifiuto della guerra e della violenza anche se giustificati come strumenti di emancipazione e di liberazione; dell’impegno nell’opera di salvataggio dell’ecosistema dal suo degrado irreversibile: dell’assunzione della diversità come ricchezza collettiva che deve accompagnarsi alla solidarietà con i poveri e i diseredati del mondo; del riconoscimento dei saperi e delle sensibilità femminili come componenti indispensabili per affrontare i problemi strettamente intrecciati dell’ipersviluppo e del sottosviluppo; del perseguimento della condivisione della conoscenza come bene comune da tutti fruibile;  dell’affermazione dei diritti umani in generale e di quelli del lavoro in particolare nei confronti del capitale. Altri ancora se ne potrebbero aggiungere ma, a parte quest’ultimo, si tratta di valori sui quali la tradizione novecentesca del comunismo non ha molto da dire. Sia ben chiaro: non mi dissocio affatto dall’essermi identificato con essa nel contesto storico dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, ma mi sembra indispensabile sottolinearne oggi i limiti alla luce delle svolte epocali che il capitalismo sta attraversando nel passaggio al nuovo secolo con il processo di globalizzazione.
    Il vostro attaccamento alla “denominazione di origine controllata” blocca dunque in partenza la stessa tua proposta di “concentrarci sull’analisi dello stato di cose presente”, Che analisi si può fare se non si sa dove si vuole andare e quali strumenti usare? L’attuale eclettismo del giornale sulle questioni che ho appena accennato (e mi riferisco in particolare alla questione ambientale), che ospita contributi di indubbio valore e interesse accanto ad altri secondo me discutibili ma soprattutto incoerenti con i precedenti, non serve a fondare su basi più solide un processo futuro di unificazione della sinistra. Anzi, priva il faticoso e difficile cammino che questo processo ha oggi di fronte di un supporto autonomo che potrebbe giocare un ruolo importante. Come scrive Indovina nel suo allarmato appello di martedì ai quattro segretari della cosa che per ora si chiama “La Sinistra/l’Arcobaleno”, non solo non c’è tempo, ma il tempo lavora contro.  “La nuova formazione – aggiunge – ha bisogno di entusiasmo, di mobilitazione, di attenzione, non di sfilacciamento, di temporeggiamento. Questo lavora contro nella società e dentro ciascuno di noi.”
    Non capisco caro Valentino, come possiate non preoccuparvi della  prospettiva possibile di un aborto della nuova formazione. Temo che se scomparirà la parola “sinistra” dal vocabolario politico italiano non sarà il vostro “quotidiano comunista” a tenere accesa quella fiammella che ha scaldato il cuore a me come a te fin da quando avevamo vent’anni.
    Un forte abbraccio dal tuo vecchio amico.
                                   

 *aderente a Net.Left (Sinistra Europea) e aderente a SD

Nonché professore emerito all'Università La Sapienza di Roma in Fisica teorica e storico della scienza

 
 

 


donna di denari