di Pietro Rossi*
Sab, 21/06/2008 - 21:54
Dobbiamo riflettere sull’eventualità che la vittoria della destra alle elezioni d’aprile si configuri come la conclusione, il punto di arrivo, della lunga transizione italiana seguita alla fine dei partiti della Prima Repubblica, finora caratterizzata dall’alternanza tra centrodestra e centrosinistra alla guida del Paese. Cioè come questo possa significare l’affermarsi di una egemonia della destra di lungo periodo, dopo oltre 50 anni di vita repubblicana in cui le sinistre comuniste e socialiste hanno avuto un ruolo importante, dal governo o dall’opposizione, nella vita istituzionale e nella cultura del Paese.
Se questo è vero, ancora più gravi risaltano le responsabilità per la formazione del PD e le sue scelte politiche ed elettorali, soprattutto ora che il Caimano, deposta la maschera dello statista interessato al bene del Paese con cui si è presentato agli elettori, mostra le sue fauci predatorie.
Per questa riflessione dobbiamo iniziare a chiederci perché tanti elettori delle fasce più povere, e spaventati da globalizzazione, turbolenze economiche, immigrazione, trovano rifugio più a destra che a sinistra.
Questa non è una questione nuova nel nostro paese, dove il problema del seguito popolare del fascismo è stato oggetto di studio della cultura comunista, a partire da Gramsci che definì il fascismo una sorta di “rivoluzione passiva”, una delle forme con cui le classi dominanti ottengono il consenso delle classi subalterne, e da Togliatti che coniò per lo stesso fascismo la definizione di “regime reazionario di massa”.
Occorre prendere atto di quello che è un problema cronico e strutturale della sinistra nelle vicende politiche: i poveri non sono spontaneamente progressisti, né spontaneamente inclinano per il progressismo. Più facile il contrario.
Per qualche tempo la sinistra si illuse di poter risolvere il problema attraverso l’ideologia rivoluzionaria comunista, che offriva ai proletari una attraente prospettiva di riscatto collettivo.
Quali sono le ragioni del recente vantaggio di popolarità della destra italiana?
In aggiunta al marcato accento populista con cui si presenta agli elettori , c’è anche qualcosa di molto pesante che fa la differenza: il collasso ideologico della sinistra, al quale è seguito il deserto simbolico, la mancanza di motivazioni.
Una prospettiva riformista vincente in competizione con la destra riguarda certo la chiarezza delle politiche proposte, ma anche la qualità, coerenza, fascino dell’ideologia che offre, soprattutto in tempi di difficoltà come quelli che stiamo attraversando.
Pensare che un faticoso programma di rientro dal deficit delle finanze pubbliche, con inflazione e salari in sofferenza, possa da solo produrre consensi è un errore.
Pensare che le riforme di liberalizzazione, necessarie in Italia, dalle farmacie ai tassisti, dall’Alitalia ai contratti flessibili, per il fatto di essere utili al paese siano anche popolari, non basta.
Solo la costruzione di un nuovo edificio ideologico, di nuove idee, di fini e di simboli, potrà aiutare.
Si tratta di sostanza ideale, che deve essere contenuto della politica, almeno tanto quanto i programmi di governo. Alle proposte di governo la politica deve associare l’elemento persuasivo e narrativo che tenga conto di tutto il contorno fatto di tradizione, contesto sociale, cultura, paura.
Il riformismo della sinistra italiana che vogliamo costruire è privo di un racconto compiuto sul progetto che ha in mente per l’Italia.
Di contro, intorno alle emozioni, agli stati d’animo e ai pensieri che le parole “sicurezza” e “radici” stanno evocando nei cittadini, sta prendendo corpo da parte della destra il tentativo di costruire una vera e propria ideologia, un’opinione di massa : l’ideologia dell’Italia che si riconosce nella tradizione e si protegge, del ripiegamento difensivo della nostra società come scelta necessaria e vincente di fronte ai pericoli esterni e interni che ci minacciano.
Guai se la sinistra cerca di inseguire, senza opporre nulla se non il collasso delle sue idee e del suo simbolismo.
Quella che si profila è una autentica battaglia per l’egemonia, per determinare il clima culturale nel quale ci muoveremo nei prossimi anni.
Nel secolo scorso gli intellettuali marxisti spiegavano la storia attraverso il rapporto tra le forze produttive e le istituzioni intese come il corpo della società civile, chiamando le prime “struttura” e le seconde “sovrastruttura”.
Tra la struttura e la sovrastruttura non esiste un rapporto deterministico ma una continua interazione, un reciproco condizionamento.
La vittoria del centrodestra è avvenuta in presenza di un mutamento strutturale delle forze produttive, lo sgretolarsi dei tradizionali blocchi sociali, lo scompaginamento delle classi, il frazionarsi degli interessi fino alla loro completa polverizzazione. Le “strutture” negli ultimi quindici anni sono completamente cambiate e hanno determinato una rivoluzione “sovrastrutturale”.
Di solito l’indebolimento politico della sinistra è attribuito ai suoi errori.
Il primo è il lascito catastrofico del socialismo reale attuato dai regimi comunisti: mai una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è mutata nella più tetra delle oppressioni. Questo non solo ha favorito immensamente l’offensiva neo liberista e conservatrice ma altresì reso difficile e delegittimato agli occhi di vasti strati sociali che ne sono vittime la critica teorica e la mobilitazione politica contro tale offensiva. Lo stesso PCI era bloccato da una contraddizione irrisolvibile, derivante dai suoi legami con l’URSS che impedivano il dispiegarsi del nucleo riformista del suo progetto, bloccando l’evoluzione della sua cultura politica verso la formazione di un unico partito di sinistra non comunista con i socialisti.
Si aggiungano gli errori che hanno guastato in parte il successo peraltro grandioso del solo socialismo realizzato: quello del “compromesso socialdemocratico” che ha portato al “welfare state”. Si era appannato il carisma del riformismo socialista in Europa, mentre si erano appesantite le sue strutture per la spesa sociale, le istanze economiche e salariali e le relative conseguenze inflazionistiche. E questo ha scatenato la controffensiva capitalistica che va sotto il nome di globalizzazione e alla quale le forze riformiste non hanno saputo dare una risposta pronta ed efficace.
Questo da solo non è sufficiente a spiegare il vero e proprio “rovesciamento della prassi politica” intervenuto negli ultimi 50 anni.
La causa principale sta nella scomparsa della “questione sociale” dal centro della scena politica, del conflitto storico tra capitalisti e operai dovuta a una rivoluzione del modo di produrre determinata dal capitalismo globalizzato e da una conseguente rivoluzione del modo di pensare , di quello che si chiama “senso comune”.
Il formidabile aumento della produttività ha consentito di ridurre la pressione capitalistica sul lavoro che ha portato un gigantesco aumento dei consumi spostando la pressione capitalistica stessa sulle risorse naturali. La massa omogenea del proletariato industriale si è articolata in un mondo del lavoro dotato di miriadi di competenze specifiche. L’effetto combinato ha causato uno spostamento del fulcro dell’economia dal lavoro al consumo e dal lavoro collettivo al lavoro individuale. Questo cambiamento del modo di produrre ha generato nelle grandi masse un nuovo modo di pensare. Mentre l’antagonismo sociale si attenuava, aumentava l’interesse comune al consumismo. Mentre nel nuovo mondo del lavoro si attenuava la spinta alla solidarietà, si accentuava l’attrazione verso l’abbondanza permissiva offerta dalla pubblicità.
Questa è la scomparsa della classe operaia. In questa economia del consumo vi è certo un proletariato, oppresso nei momenti di stagnazione economica da grave disagio sociale nel contesto di una società segnata da disuguaglianze crescenti, ma si trova ai margini della società, come elemento di disturbo, non come scuola di solidarietà e fratellanza.
La massa del ceto medio condivide con l’élite plutocratica valori privati: il postulato che tutti li riassume è quello della superiorità del privato sul pubblico. Populismo e privatismo sono l’espressione di una formidabile tendenza alla disgregazione sociale.
Marx denunciò per primo la tendenza dissolvente insita nel capitalismo.
Questo è uno dei rischi supremi del nostro tempo: quello di una società polverizzata esposta agli stimoli delle mobilitazioni irrazionali.
L’altro pericolo, all’altra estremità di una società privatistica e consumistica, è la distruzione del capitale naturale provocata da una crescita economica illimitata e dissennata.
A questi rischi, la sinistra deve smettere di opporre una sterile contestazione o una mimesi compiacente: cioè un pensiero debole.
Fino a quando non saprà costruire in un pensiero forte le fondamenta di un nuovo ordine che sia in grado di reggere e regolare la poderosa complessità della globalizzazione, il campo sarà aperto alla demagogia della destra.
Per contrastare ciò, per dare una motivazione profonda alle speranze dell’uomo, occorre ricostruire e riformulare un pensiero politico. Compiere una vera e propria svolta culturale.
Chi ha smesso di pensare, smette di vivere.
Bisogna perciò affrontare – come diceva Gramsci – una lunga guerra di posizione, finendo di mimetizzarsi, appiattendosi sulle idee altrui
E’ ancora possibile pensare a una società più giusta e bene ordinata che non rinvii ad un futuro remoto la propria realizzazione.
Quali possono essere i lineamenti di questa cultura politica per un riformismo della sinistra? Io penso che ciò sia possibile iniziando a rinnovare le culture del passato.
Anzitutto una rivisitazione critica del pensiero di Marx, come lucidamente suggerisce l’ottimo libro “Un altro Marx” di Guido Carandini.
Dovremmo riscoprire le sue analisi sul Capitale e saperle utilizzare per l’azione politica. Nel suo pensiero si trovano due aspetti contradditori. Da un lato c’è il profeta dell’avvento del comunismo come fine ultimo della storia ed è il Marx rivoluzionario, profondamente influenzato dalla tradizione rabbinica profetica della sua famiglia e dal pensiero di Rousseau. Dall’altra c’è lo scienziato sociale che analizza il funzionamento dei meccanismi economici alla base della società del Capitale, e questo è il Marx riformista e veramente innovatore, ancora utile per l’azione politica per la sua straordinaria teoria della sviluppo capitalistico.
La filosofia della storia alla base del Marx utopista, profetica e deterministica, è stata contraddetta dai fatti.
Il comunismo, annunciato dal Marx rivoluzionario come liberazione degli uomini da realizzarsi “prima” del pieno e universale sviluppo del capitale, ha prodotto dei regimi che si sono convertiti nel suo opposto, dando luogo a sistemi dispotici e brutali di sviluppo delle forze produttive, interpretabili come forme di capitalismo coatto di Stato, in cui il capitale privato è stato sostituito dal capitale di stato, il mercato è stato soppresso. Il tentativo di collettivizzare lo sviluppo delle forze produttive e di pianificare il processo sociale di produzione è fallito anche per lo snaturamento forzato delle leggi del Capitale analizzate da Marx, in un sistema che intendeva mantenere il modo di accumulazione capitalistico conservando il lavoro salariato ma abolendo la proprietà privata. Lo “strappo” volontaristico impresso da Lenin fu sottolineato da Antonio Gramsci che definì l’Ottobre “la rivoluzione contro il Capitale”, la grande opera scritta da Marx. .
Marx ha dedicato pagine memorabili a descrivere la potenza rivoluzionaria e modernizzatrice del capitalismo e come questa ha travolto le società precedenti. E ha saputo vedere con anticipo straordinario fenomeni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. La globalizzazione che unifica l’economia mondiale è solo il più eclatante, ma fa anche impressione leggere parole scritte 150 anni fa circa che prevedono lo spostamento verso il Pacifico delle rotte del commercio mondiale o lo strapotere dei managers.
Ma la sua opera ci è utile soprattutto perché Marx per primo ha messo in luce come la novità assoluta introdotta dal capitalismo nella storia umana sia quello di aver messo la volontà di massimo guadagno all’origine di tutta l’attività economica e di aver trasformato ogni cosa in merce, fornendoci una descrizione “antagonistica” e”anarchica” della nostra società: antagonistica perché caratterizzata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, anarchica perché in essa non c’è corrispondenza fra la produzione in mano ai privati e l’ammontare dei bisogni della società che dovrebbe soddisfare.
Marx ci ha consegnato il ritratto di una società che, anche quando riconosce ai cittadini l’uguaglianza dei diritti politici e civili, ha ineluttabilmente per base la disuguaglianza economica e il conflitto sociale. La veloce accumulazione del capitale verificatasi nel secolo scorso, pur interrotta da avventure totalitarie e da guerre devastanti, nonché lo straordinario aumento della produttività, ha prodotto una forte crescita del benessere e importanti conquiste a difesa dei lavoratori e dei ceti più deboli. Questo ha prodotto nei movimenti socialdemocratici convinzioni teoriche circa le possibilità della politica di governare e regolare l’economia.
Per Marx, una società non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali del suo svolgimento. Egli ha svelato i meccanismi che sono ancora indispensabili per capire non solo come funziona oggi il mondo, ma anche come affrontare con realismo le tremende questioni che ci troviamo davanti. Se liberiamo Marx dall’utopia, non potremo più dire se e quando il capitalismo verrà sostituito da qualcos’altro e da che cosa. Ma potremo vedere meglio i “problemi di uno sviluppo della civiltà capitalistica universale che sia meno antagonistico, meno intollerabilmente ingiusto e meno disastroso per il nostro ambiente naturale”. Un programma “riformista” appunto.
Antonio Gramsci rappresenta un punto alto di quella cultura politica del Novecento che dobbiamo tenere ben presente..
Il suo impianto teorico ha al centro il concetto di “egemonia”. Nello stato moderno l’esercizio dell’egemonia consente alle classi dominanti di ottenere il consenso delle classi subalterne. Nella sua analisi trova posto la visione politica di una strategia fondata sul passaggio dalla “guerra manovrata” alla “guerra di posizione”idonea alle condizioni dell’Occidente, dove l’esercizio dell’egemonia è affidato alla conquista del consenso in tutte le principali articolazioni della società civile. Sotto il profilo politico Gramsci è appunto il teorico della “guerra di posizione” e della conquista dell’egemonia nella prospettiva di una transizione a una società più giusta nel quadro della democrazia parlamentare.
Infine ci dobbiamo richiamare a ciò che ha reso grande la sinistra europea del ‘900: la socialdemocrazia e, in Italia, il PCI.
Mentre il movimento comunista negli anni Trenta del secolo scorso era vincolato alla teoria della “crisi generale del capitalismo”, l’esperienza dei partiti socialdemocratici in Gran Bretagna, Svezia, Belgio elaborava una nuova capacità di analisi del capitalismo, del tutto svincolata dalla visione catastrofica delle sue crisi, con la consapevolezza che queste crisi sono la fisiologia dello sviluppo capitalistico e si tratta quindi di imparare a governarle.
Negli stessi anni, in un carcere fascista, Antonio Gramsci nei suoi Quaderni elaborava una analisi che colpiva al cuore le fondamenta del bolscevismo: la teoria della “crisi generale del capitalismo”, l’imperialismo come “fase suprema del capitalismo”. Egli fin dal 1924 impostò il problema di conciliare classe e nazione in Italia. Questa ricerca, dopo la caduta del fascismo ha influenzato la politica del PCI; con l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria prendeva forma un “riformismo nazionale comunista” basato sulla “conciliazione tra classe e nazione” per la missione assegnata alla classe operaia nella guerra di Liberazione, e dal punto di vista programmatico assunse un ruolo paragonabile a quello che negli altri paesi europei ebbero le grandi socialdemocrazie. Fu abbandonata anche l’idea del “superamento del capitalismo” come “fine ultimo” e il socialismo fu valorizzato come criterio di regolazione del mercato e dello sviluppo economico
La socialdemocrazia ebbe il merito di perseguire e realizzare un modello di civiltà europea, a partire dagli anni ’30, sulla base del compromesso tra democrazia e capitalismo, il cosiddetto “compromesso socialdemocratico”. Esso rappresenta senza alcun dubbio il punto più alto, in termini di intelligenza, del rapporto difficile tra democrazia e capitalismo, tra stato e mercato. In quella fase, a livello sociale lo Stato assicurava all’economia capitalistica un livello di domanda corrispondente alla piena occupazione svolgendo una funzione riequilibratrice attraverso un’ampia redistribuzione delle risorse, garantendo a tutti i cittadini un alto grado di protezione. A partire dagli anni Settanta il compromesso è entrato in crisi sotto la spinta della controffensiva del capitalismo globalizzato contro lo Stato sociale.
Il problema è fare in modo che il socialismo europeo riesca a darsi una teoria critica del dominio delle plutocrazie capitalistiche e dare alla pratica riformista un carattere incisivo prendendo atto di un capitalismo che accresce le disuguaglianze e devasta in maniera predatoria l’ambiente, elaborando politiche che rivendichino il ruolo dei poteri pubblici democratici di fronte al crescente potere di un capitalismo industriale e finanziario che ha assunto direttamente nelle proprie mani le maggiori decisioni attinenti alla produzione e alla dislocazione delle risorse obbedendo alla logica dominante del profitto. Si tratta di definire un nuovo compromesso che ristabilisca l’egemonia della politica sull’economia.
Concludo allacciandomi ad alcune delle posizioni che Massimo Villone, Francesco Barra ed altri hanno espresso nel documento “Per una nuova sinistra socialista” pubblicato sul sito nazionale di SD, e che condivido.
La ricerca in Italia di una nuova sinistra non può prescindere dalla nascita di un nuovo socialismo. La sinistra, se unita in quanto senza aggettivi, rischia di essere una forza priva di coerenti e saldi fondamenti ideali e politici. La costituente di una nuova sinistra non può né deve riprodurre una più piccola e asfittica Sinistra Arcobaleno. La costituente della sinistra deve avere il respiro di un’ampia prospettiva strategica.
Perciò occorre una nuova forza di autentica sinistra politica che ritrovi tutti i temi che SD aveva assunto come progetto e posto alla base della propria nascita, il progetto iniziale fondato sul richiamo ad un socialismo riformista e di governo saldamente agganciato al socialismo europeo.
*Comitato promotore di SD di Arenzano (GE)
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Voglia di partito: una
Voglia di partito: una volontà necessitata
I Assemblea Nazionale
di Sinistra democratica
Chianciano, 27/28/29 giugno 2008
Contributo politico
della Sinistra democratica di Corciano
alla Assemblea Provinciale
di Ponte S. Giovanni (PG)
21 giugno 2008
Il 5 maggio 2007 segna la data d’inizio di un soggetto politico, Sinistra democratica, che da subito riconosce la sua forma aggregativa nel movimento, cioè in una organizzazione che non ha primariamente né come mezzo né come fine la conquista del potere e si presenta piuttosto con una tendenza a dar vita a forme decentrate, democratiche, ugualitarie, con un obiettivo parziale e immediato, che per noi è stato quello di raggiungere l’unità della sinistra, rinnovandola profondamente.
Il movimento ha tradizionalmente una struttura più leggera, persino istintiva e spontanea.
Abbiamo insistito molto sulla forma “movimento”, perché questa ci restituiva un’immagine di comunità vitale, creativa, in progress, piuttosto che di un insieme di ruoli definiti e stabili.
Per un soggetto nascente, ancora malfermo sulle gambe e dall’identità costruenda era, più che un modo di legarsi, la sostanza stessa di un percorso a venire.
La dismissione del partito dei Ds, operata dai suoi dirigenti, ha prodotto nei fondatori di Sd e nei suoi aderenti la visione chiara dell’impossibilità di proseguire sulla strada voluta dalla maggioranza di quel partito e questo è stato, per i primi mesi, l’elemento aggregante, forte, che ci ha dato entusiasmo, passionalità e ha contribuito a definire, seppure in un’affermazione in parte negante (“non vogliamo spostarci al centro”), in parte proponente ( “ci muoviamo per unire la sinistra”) il nucleo primario del nostro stare assieme.
In questa esaltazione emotiva abbiamo sentito di poter raggiungere l’obiettivo, non certo facile e non certo nuovo, di unificare tutta la sinistra parlamentare con la quale già stavamo collaborando al governo del Paese dentro quell’illusorio contenitore chiamato Unione, per il quale ci siamo spesi senza riserve e senza reciprocità.
La cronaca, già fatta storia, ha registrato la totale vacuità di questo pensiero collettivo, brutalizzato dai numeri elettorali.
Perso l’orizzonte del potere e persino quello di una ridotta rappresentanza parlamentare, ci siamo ritrovati isolati, dimenticati dai partner, dopo aver tanto sottolineato, operazione da noi condotta in aristocratica solitudine, che non eravamo un cartello elettorale, ma il nucleo nascente della sinistra unita.
Oggi siamo alla resa di bilancio e al tentativo di rilancio.
Tutti i quattro partecipanti al progetto della Sinistra Arcobaleno si presentano, in un modo più o meno conflittuale, a congresso.
Del dopo è meglio non dire.
Di Sd e della sua forma organizzativa è bene dire.
Il movimento non ha prodotto gli effetti positivi che attendevamo, la nostra identità nascente ha decisamente bisogno di una struttura più solida di quella movimentista, che la sostenga in questo momento di crisi del sistema politico e del suo personale progetto.
La forma partito è oggi quanto di più stabile e solido Sd possa incontrare.
Partito, non partitino di cui teorizzavamo gli inevitabili fallimenti perché la storia, la nostra storia, è lì a dirci, anzi ad urlarci, che divisi non si va da nessuna parte.
Il partitino non è quello con pochi aderenti, inevitabilmente quando si dà inizio a qualcosa non sì può contare su grandi numeri.
E’ invece quello geneticamente frazionato, quello che si dà come obiettivo i distinguo, quello che ignora e disconosce il minimo comun denominatore ed è totalmente asservito al massimo comun divisore, aborre il processo unificativo, è colto da nausea incontenibile persino ad una stretta di mano pacificatoria e si collassa quando ci si dispone intorno ad un tavolo per dialogare.
La forma partito offre una stabilità di sostegno che certamente non può esaurire l’ambito fondativo di Sinistra democratica.
Almeno due domande esigono una risposta immediata:
-chi rappresentiamo
-come possiamo essere opposizione.
Nessuna delle due si può chiudere in una sintesi estrema, resa opportuna da questa circostanza, senza parere elusiva.
Forse nemmeno esistono risposte documentate, univoche, condivise.
Di certo non si può però prescindere dall’individuazione di chi siano i nostri presunti elettori, o meglio di quali interessi siamo sostenitori nel proporre la nostra visione di società e di relazioni, e di come ci è dato oggi d’incidere nelle scelte del Paese in questo nostro patito extraparlamentarismo.
Per questo occorre ripartire studiando, ricercando, accrescendo la conoscenza, e però anche facendo esperienza diretta, cioè tornando al contatto intenso col territorio, che è radicamento sociale, riconoscimento dell’altro come portatore di problemi, disagi e interessi che ci riguardano, la qualcosa comporta un impegno costante, prolungato, fatto di ascolto, elaborazione e … fare.
Fare, prendere decisioni operative, agire, intervenire, essendo sì di parte, ma senza sconfinare nella limitatezza della parzialità settaria che ignora l’ampiezza e la varietà del contesto sociale di appartenenza.
Sembra così d’obbligo riservare ad una sede e ad un tempo appropriati il dibattito intorno a questi temi.
La scelta della forma partito e la promozione di un’analisi attenta del target elettorale e della nostra vocazione a rappresentarlo, con metodi e strategie politiche consentite dal nostro essere fuori dal Parlamento e non ancora stabilmente e compiutamente allocati sul territorio, richiamano poi fortemente la predisposizione di un sistema di canali comunicativi, agili e bidirezionali, per far girare rapidamente le informazioni tra tutti, tanto da prendere decisioni ampiamente discusse e condivise dagli iscritti e dagli aderenti al partito.
Senza costituire una rete capace di raggiungere tutti in tempo reale e di raccogliere, di ritorno, le proposte, le critiche, gli emendamenti più diversi, senza inserire tutto questo magma vitale in una procedura di valutazione selettiva, che possa alla fine essere sussidio, se non vincolante, almeno costruttivo per l’elaborazione delle decisioni, non ci può essere quella democrazia partecipativa che andiamo sostenendo.
“La Sinistra non è solo politica, è sete di un nuovo sapere, è ansia di capire, è voglia e passione di mettersi in movimento per pensare e far avanzare un mondo nuovo” la citazione è di un poeta, Pietro Ingrao è il suo nome.
Tutto ciò che serve per comprendere e decidere deve diventare oggetto di conoscenza diffusa e di condivisione.
Circolarità del materiale informativo e rotazione delle risorse umane per evitare le molte ritualità che il partito potrebbe portarsi dietro.
Gli incarichi non devono essere vitalizi, nemmeno quando la persona, per la sua competenza, per l’esperienza acquisita, per la sua correttezza e persino per il valore aggiunto della sua riconoscibilità, possa portare, in una tornata elettorale, un consenso positivo per le sorti del partito.
La politica ha bisogno sì di mestiere, ma non può diventare per questo una professione.
Non si deve circoscrivere la vastità e la ricchezza di un partito, che vuole essere sensibile alle più diverse esigenze della società, ad una cerchia di pezzi grossi, fossero anche personaggi dotati di autorevolezza, sempre e comunque spendibile all’interno e all’esterno della formazione politica e non con minor risalto.
Seppur valida, non può che essere precludente e non promuovente, come sarebbe con un ricambio mirato, in grado da solo di richiamare alla vita politica agita la partecipazione civile, addormentata e delusa, come così di frequente ci capita di stigmatizzare, abbandonandoci alla facile inerzia di un giudizio di comodo.
Mario Taborchi
Antonio Bertini
Francesco Lupo
GabriellaZamboni