Lezioni americane

di Fabio Mussi

Ven, 09/01/2009 - 23:19

Le generazioni viventi si trovano di fronte, come in un groppo, le questioni fondamentali relative al destino della civiltà umana. E di colpo si è come contratto il tempo utile per trovare le risposte.
L’attuale crisi si è inizialmente presentata come “crisi finanziaria”. Epicentro, gli Stati Uniti d’America. Dopo i segni premonitori della caduta di colossi quali Enron e Worldcom, ecco, alla fine di questo primo decennio del secolo, la “bolla immobiliare”, il crac dei mutui subprime, il terremoto che ha investito le banche americane. Infine l’inevitabile effetto domino: una ad una sono cadute le tessere del sistema finanziario globale e si sta scuotendo dalle fondamenta l’economia-mondo.
     Perché? Esattamente perché non siamo di fronte ad una pura crisi finanziaria. Siamo alla fine di un ordine economico- sociale, alla crisi dell’architettura del mondo quale si è configurata nell’ultimo quarto del secolo scorso.
     Naturalmente meriterebbero una rinnovata discussione i concetti stessi di “mondo” e di “globalizzazione”. Tutta la storia della nostra specie narra della colonizzazione del pianeta da parte di un gruppo di primati evoluti originario dell’Africa nord orientale. In particolare, dall’apparizione degli uomini “antropologicamente moderni”, circa 130mila anni fa, sono passate 7500 generazioni. Ma la coscienza dell’esistenza di un’unica umanità, e di un mondo coincidente con il pianeta Terra nell’estensione a noi oggi nota, è piuttosto recente. Per certi versi la globalizzazione è iniziata in origine, e non si è mai fermata. Chiamiamo “globalizzazione” dunque, l’unificazione economica del pianeta, la creazione di un “sistema-mondo” (I. Wallerstein) dal punto di vista della produzione e degli scambi. E la coscienza, acquisita da tutti i viventi, di appartenere ad un unico sistema interdipendente.
    Questa unificazione è un portato del capitalismo. Si è compiuta la conquista, da parte del capitalismo, del ganze Erdkugel, dell’”intero globo terraqueo”, come avevano visto Marx e Engels nel Manifesto del 1848. Il passo decisivo è stata, in tempi recenti, l’abolizione di ogni vincolo alla libertà di circolazione dei capitali, attraverso tutte le frontiere 24 ore su 24. Cosa che è stata resa possibile dalla rivoluzione tecnico-scientifica, per esempio dalla costruzione di sistemi di comunicazione e di reti informatiche che consentono la trasmissione istantanea di dati da un punto all’altro del pianeta. Ma è stata realizzata da una sequenza di decisioni politiche guidate dal governo degli Stati Uniti. I tentativi di resistergli – come l’ipotesi di limitare fiscalmente le scorribande speculative, chiamata Tobin tax – sono stati rapidamente spazzati via.
     La crisi che scuote il mondo è solo all’inizio. I numeri dei nuovi disoccupati sono già imponenti e crescono di giorno in giorno. Ci si interroga sulle analogie con quella del ’29. La crisi del ’29 produsse in Occidente, in presenza della sfida di sistema rappresentata dall’Urss, da un lato la “grande trasformazione” (K. Polanyi) dello Stato sociale, innescata intellettualmente da Keynes, politicamente dal movimento operaio e da Roosvelt, dall’altro il nazismo e i fascismi europei. Alternativa risolta, a carissimo prezzo, con la seconda guerra mondiale.
     La crisi attuale, questa crisi, è di diversa portata e qualità. Illumina il fatto che il pianeta è finito . “Finito” non nel senso di terminato: dal punto di vista fisico, cinque miliardi di anni sono assicurati; dal punto di vista della biosfera, la vita è magnificamente sopravvissuta a sette estinzioni di massa, sopravviverebbe di certo egregiamente anche alla estinzione della nostra specie. Dico “finito” nel senso di riempito e limitato.
     Pianeta riempito. L’economia capitalista ha pressoché occupato tutti gli spazi. Spazi territoriali e sociali. La sopravvivenza di forme di produzione e scambio primitive o medioevali è ormai marginale. Non esistono più nuove frontiere da varcare. Circa tre miliardi di esseri umani svolgono un lavoro che ha a che fare con il processo di valorizzazione dal capitale.
     Pianeta limitato. Le risorse naturali non sono infinite, e si ricostituiscono secondo cicli che variano solo in tempi lunghissimi, epocali. La forzatura in tempi storici dei cicli li apre, impedisce la “chiusura del cerchio” (B. Commoner), e si producono così quantità crescenti di rifiuti, a partire dalla  Co2 responsabile dei cambiamenti climatici. Il modello energetico della attuale civiltà umana appare in tutta evidenza insostenibile. L’economia non può sfidare la biologia, la chimica, la fisica. E’ una battaglia persa in partenza. Il terzo principio della termodinamica è implacabile: l’entropia cresce esponenzialmente. Si stanno calcolando , con valutazioni spesso difformi, i tempi dell’esaurimento delle scorte di combustibili fossili, a partire dal petrolio. Non è certo che si sia raggiunto già il “picco di Hubbert”, cioè l’oltrepassamento della metà delle scorte note. E’ certo però che la rapidità della crescita degli effetti sull’ambiente della combustione dei combustibili fossili è maggiore della stessa velocità del loro esaurimento. E provoca una scarsità enormemente più grave di quella del carbone o degli idrocarburi: la scarsità d’acqua.
     Per queste ragioni, l’opinione espressa dal neo presidente americano Barack Obama – “la crisi è di portata storica “- è certamente la più fondata tra quante se ne sentono circolare nelle élites di governo (per non parlare dell’Italia, dove l’intera politica offre lo spettacolo di sciami di mosche impazzite che sbattono contro una campana di vetro). Infatti, se il pianeta si mostra così chiaramente “riempito” e “limitato”, allora oscillano i due pilastri che reggono l’edificio dell’economia capitalistica: la ricostituzione del tasso di profitto e la riproduzione allargata di merci.
     Riproduzione allargata di merci. E’ il motore che ha fatto crescere l’economia capitalistica, imponendo, com’è noto, il primato del valore di scambio sul valore d’uso. La sfera del consumo ha subito una costante espansione, soddisfacendo crescenti bisogni, fino alla creazione, per alimentare il moto perpetuo del meccanismo, di bisogni artificiali (tema su cui ha lavorato lungamente la “scuola di Francoforte”, che meriterebbe una rivisitazione a questo punto della storia), o, per farlo girare più velocemente, fino alla programmazione della obsolescenza precoce delle merci (chi ricorda gli studi di Baran e Sweezy sul “Capitale monopolistico”?). L’idea basale, tratta dalla tradizione giudaico-cristiana, era esattamente quella di una infinità della natura. Idea debole nei fondamenti sin dall’inizio, ma che le evidenze scientifiche hanno via via smantellato.
     Ora, il metodo valutativo dell’”impronta  ecologica” mostra che produzione, distribuzione e consumo di merci impegnano un territorio equivalente pari a due volte e mezzo la Terra. Il primato non può che passare di mano, tornando al valore d’uso. Per ogni campo della produzione di beni e servizi (a partire per esempio da quello degli attuali motori a combustione interna) è in corso una discussione sul rapporto tra consumi di materia, tempo ed energia, e i bisogni che le singole merci intendono soddisfare. Questo tocca uno dei capisaldi dell’architettura economica e sociale del mondo attuale.    
     Ricostituzione del tasso di profitto. Il bisogno famelico di sempre più esasperati aumenti del tasso di profitto è il segno sotto il quale si è imposta l’incontrollata finanziarizzazione dei nostri giorni. Da un lato il puro trash, i titoli, e i loro derivati, a rendimento e rischio crescenti, fino all’assoluto distacco dai valori reali, fino alla spazzatura, appunto. Dall’altro, gli investitori istituzionali, in specie i fondi pensione angloamericani e i fondi sovrani (con portafogli che valgono bilanci di Stati), alla caccia di remunerazioni del 15-20%, a fronte di tassi reali di crescita del 4-5% glo bale, 2-3% occidentale. Autentiche idrovore di ricchezza prodotta da qualche altra parte.
     E’ il “supercapitalismo”, come lo chiama Robert Reich. Il tema del trionfo dell’avidità in questa fase terminale del sistema era già stato ripetutamente osservato, persino da Alan Greenspan, oggi criticatissimo ex titolare della Fed. C’è chi ne ha anche studiato gli effetti sulla società. David Rothkopf, intellettuale dell’entourage  clintoniano, parla del costituirsi di una Superclasse, di un gruppo di predatori – non più di 6.000 persone?- i cui averi corrispondono alla metà dell’intero patrimonio dell’umanità, i cui redditi equivalgono al pil di intere nazioni, e che dettano legge al mercato, avendo in pugno finanza, economia e politica.
     Così, se è mai esistito, quello che viene chiamato “ libero mercato”  ha cessato di esistere. Un clamoroso esempio viene da specifici episodi illuminati dalla luce del tramonto della Presidenza Bush. Gorge W. Bush , per sua ammissione, non sapeva, era stato ingannato sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein  (caso esemplare di un dominio di imprese su governi: Hulliburton di Dick Cheney, vicepresidente), e per questo ha scatenato la guerra in Iraq. Però si è ora saputo che sapeva benissimo dell’imminente crack dei mutui subprime, e disponeva di informazioni esatte: ma il suo governo, nel 2007, si è mosso solo sotto dettatura delle banche, cioè dei primi responsabili del disastro. A quale legge del mercato libero obbedisce questo episodio?
     Joseph Stieglitz ha vinto il Nobel per l’economia con la sua teoria  delle “asimmetrie informative del mercato”. Ci sono asimmetrie decisamente clamorose. Prendiamo l’aureo principio della concorrenza. Libero da vincoli, dovrebbe per sua interna virtù innalzamento della qualità e riduzione dei costi, dunque dei prezzi. Tra le merci messe in concorrenza su scala globale c’è il lavoro umano, in tutte le sue forme. Se si prendono i salariati, mezzo miliardo di lavoratori occidentali sono stati messi in concorrenza con un miliardo e mezzo di lavoratori orientali (come ricorda Luciano Gallino nel suo bellissimo “Il lavoro non è una merce”). Essendoci un limite invalicabile all’abbassamento netto dei salari, è stata introdotta la “flessibilità”, che ha sottratto quote crescenti del mercato del lavoro alla regolazione e ai diritti acquisiti dai lavoratori (gli effetti della nuova precarietà di massa, particolarmente giovanile, sulla psicologia sociale, sull’antropologia, sulla condizione umana, sono stati ampiamente indagati,per esempio da Richard Sennett a Zygmunt Baumann). Dunque il monte salari, il prezzo medio del lavoro, si è drasticamente ridotto. Si è detto: è il mercato… Ma com’è allora che la concorrenza globale in un altro ambito di lavoro, quello dei managers, ha provocato l’effetto opposto, una impressionante impennata, del tutto indipendente dai risultati delle rispettive imprese, delle retribuzioni, dei benefits  e dei privilegi? Cioè un aumento dei prezzi senza precedenti? Negli Stati Uniti in venti anni la distanza tra chi presta lavoro e chi lo organizza si è fatta un abisso, con una crescita esponenziale della disuguaglianza che indicatori come l’indice di Gini registrano. Se si vuole trovare qualcosa di analogo, in Europa, bisogna venire esattamente in Italia, dove il rapporto medio tra una salario operaio e lo stipendio di un manager è salito a 1 a 400, e in venti anni otto punti di Pil sono passati dal lavoro al profitto e alla rendita (per averne un parziale quadro, suggerisco la lettura de “La paga dei padroni”, di Dragoni e Meletti).
     Esplode dunque la disuguaglianza. E sorprendente, in società in cui se ne producono a getto continuo, è l’intolleranza verso i poveri non solo da parte  superricchi, che vivono in un mondo separato, ma di gran parte del ceto politico e amministrativo. Non li possono vedere, letteralmente. Difficile dimenticare che tra i primi Comuni a prendere iniziative sistematiche contro mendicanti e lavavetri c’è Firenze, giunta di centrosinistra. Sarebbe forse interessante tornare con la memoria  alle leggi sulle enclosures, che nel corso di tre secoli, chiudendole per far posto alle greggi, cacciarono i contadini inglesi dalle terre comuni. Piero Bevilacqua, nel suo recente “Miseria dello sviluppo”, ricorda una frase fulminante in “Utopia” di Tommaso Moro: <C’è uno strano Paese in cui “le pecore divorano gli uomini”> (aggiunge Bevilacqua: anche oggi c’è uno strano Paese, in cui “le merci danno la caccia agli uomini”). Neanche Moro poteva però immaginare il peggio: le leggi sul vagabondaggio del XVIII° secolo. I contadini, prima messi per strada, vennero reclutati nella nascente industria, o sgomberati di forza, con la galera o con la forca. Se si guarda ai poveri e ai migranti di oggi, pare proprio che lo schema tenda a riprodursi.
     La crisi in corso è rivelatrice. Mostra come una ristrettissima élite abbia imposto al mercato la sua legge. Si è così prodotta, più ancora che una radicalizzazione delle disuguaglianze, una vera e propria “secessione dei ricchi” dal consorzio umano. Una nuova stirpe di semidei ha occupato l’Olimpo. Si invocano comunque risultati di vasta portata della fase neoliberista: la crescita dell’Asia, l’uscita di grandi masse umane da condizioni di indigenza assoluta, l’emersione sulla scena mondiale, da protagonisti, di grandi Paesi come l’India e la Cina. Quel processo storico che sta sostituendo il G8 con il G20. C’è del vero in questo. Ma si guardi a questi dati, che riassumo nella sintesi fornita in un suo saggio da Giorgio Ruffolo:
“Nel 2007 il prodotto lordo mondiale era stimato in 47 trilioni di dollari. Le vendite delle prime 250 imprese multinazionali ammontavano a 15 trilioni. Di quelle 250 macroimprese le prime cinque contavano più del prodotto di duecento Stati del mondo. Prendiamo gli Stati con più di 50 miliardi di Pil e le imprese con più di 50 milirdi di dollari di vendite. I primi sono 60, le altre 166 . (…) La potenza del mondo si concentra in pochi soggetti privati, politicamente irresponsabili, ma decisivi quanto alla selezione dei candidati alle elezioni dei Paesi democratici. Il fallimento del mercato mette a rischio anche la democrazia”.
     Economia e politica. La crisi che stiamo vivendo ha avuto una incubazione trentennale. Veniamo da un trentennio di  offensiva politica senza precedenti dei conservatori. Prendo quattro capitoli di questa storia. La frase di D. Reagan (1981): “Lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema”. La frase di M. Thatcher: “La società non esiste, esistono gli individui”. La frase di Bush padre: “Lo stile di vita americano non è negoziabile”. Infine il manifesto neocon, “ The new american century”, precedente gli attentati del 2001, che  costituì la base ideologica della presidenza di Bush figlio: esportazione della democrazia con la forza, guerra preventiva, sicurezza degli Stati Uniti sopra la sicurezza del mondo, e mercato, mercato, mercato. Forse il momento cruciale è proprio l’89. L’Urss e il blocco comunista restano seppelliti sotto la caduta del muro di Berlino, ma –scrive lo storico Chalmers Johnson- “anziché smobilitare al termine della guerra fredda, gli Stati Uniti decisero incautamente di mantenere un impero su scala globale”. Gli Stati Uniti sono così diventati, sotto il dominio della élite finanziaria e della destra politica, esportatori netti di debito, inquinamento e guerra.
     La destra ha dato l’assalto allo straordinario edificio politico-sociale figlio della “grande trasformazione” e del compromesso democratico con il capitalismo, lo Stato sociale. Approfittando anche dell’insorgere di nuovi fattori di fragilità (la crisi fiscale dello Stato, la rigidità dei sistemi di Welfare rispetto ai cambiamenti della società e all’insorgere di inediti diritti e bisogni, le drammatiche difficoltà di inclusione delle nuove generazioni), l’aggressiva iniziativa della destra ha scosso dalle fondamenta i principi di solidarietà, coesione e giustizia, per sostituirli con quelli, propri dell’individualismo, di competizione, concorrenza e successo. Promettendo felicità, benessere e ricchezza alla portata di tutti. Il risultato è una insicurezza di massa diventata paura per il futuro. Ed ora, “la crisi di portata storica”…
     Lo sbocco non è uno solo, né appare predeterminata la direzione che prenderà il processo storico. Segnalerei una doppia curva  che simboleggia bene due possibili esiti: la curva delle spese militari e la curva degli investimenti in formazione superiore e ricerca scientifica. Sono entrambe cresciute su scala globale con simmetrica progressione, sostanzialmente triplicando in venti anni. Siamo, in entrambi i campi, intorno ai 1500 miliardi di dollari l’anno. La guerra è una strada. La guerra coinvolge già ora una rilevante parte dell’umanità. Un recentissimo rapporto dell’intelligence americana disegna ulteriori possibili scenari da incubo, con una moltiplicazione di guerre regionali (e la connessa terrificante proliferazione di rischi connessi alla proliferazione nucleare), originate, in un mondo privo di governo, da antichi e nuovi conflitti, e dalla sempre più aspra competizione, dovuta alla scarsità e ai prezzi, per l’energia, le materie prime, il cibo, l’acqua. I gruppi terroristi giocano risolutamente questa carta. La seconda strada, prefigurata dagli investimenti dedicati alla crescita degli stock di conoscenza, mostra una alternativa possibile. Potrebbe farsi spazio la regola che i termodinamici, immaginando una riconciliazione tra mondo fisico e mondo umano, una “Nuova Alleanza”, hanno formulato così: “Consumare tempo e informazione, piuttosto che materia ed energia”. E’ evidente che questo implica un salto di civiltà, una inedita riforma della società e dell’economia, più grande di quella che ha portato allo Stato sociale. Ma a quali condizioni politiche si può pensare di mettersi su questa seconda strada?

     Che gli Stati Uniti siano un grande Paese, lo dimostra l’elezione di Barack Obama alla Presidenza. Già l’ascesa di questo giovane uomo di colore, con la sua biografia, manda un messaggio forte ad un mondo nel quale i signori dell’ideologia –gruppo nel quale militano capi tribali, leaders politici, esponenti di caste sacerdotali, padroni della finanza, proprietari di modernissimi media- lavorano a trasferire qualsiasi conflitto sul terreno etnico, razziale, religioso. Ma appaiono innovative le issues programmatiche che hanno segnato la campagna elettorale e che caratterizzano gli annunci del dopo elezioni. Ci sarà tempo per verificare la capacità realizzativa. Con la destra è cresciuta la potenza e declinata l’autorità degli Stati Uniti d’America. E’ probabile che Obama gestirà un declino della potenza americana (Paul Kennedy l’aveva com’è noto profetizzato proprio nel 1989, in “Ascesa e declino delle grandi potenze”), provando a far crescere di nuovo il prestigio e l’autorità internazionale del suo Paese.
     Il punto più importante mi sembra il cambiamento della nozione di “sicurezza”: sicurezza del mondo, non solo degli Usa. Un tale radicale cambiamento del punto di vista, rispetto al programma imperiale neocon, può determinare sviluppi molto importanti nelle relazioni internazionali. Il multilateralismo e un rapporto di autentica partnership con tutti gli altri attori (a partire dai principali, Europa, Russia, Cina, India), sono fondamentali non solo per mantenere la pace, ma per affrontare la crisi globale che ha investito il mondo. Tra l’altro, l’eccezionale livello delle spese militari è uno dei più pesanti vincoli alla disponibilità delle risorse, tanto che verrebbe da dire: o armi o ambiente. Mi pare fosse Al Gore che a Bush aveva detto: non dobbiamo moltiplicare i nemici, perché non possiamo ucciderli tutti… Un’idea di questo tipo non trascura le minacce effettive, come quella del terrorismo, ma punta a superare il principio regolatore di una universale ostilità, e della blindatura americana dentro le proprie frontiere. Senza un cambio, prima ancora che di politica internazionale, di visione del mondo, le questioni fondamentali della civiltà umana che abbiamo di fronte appaiono insolubili, possono solo produrre cadute e regressioni. I primi passi del nuovo Presidente americano sono promettenti.
    In campagna elettorale Obama ha tenuto alti i temi della scuola e della redistribuzione del reddito, con una ipotesi fiscale di riduzione di tasse per la working class e per le classi medie, a fronte di un incremento per i ricchi. Sono corsi in sostegno anche alcuni dei superricchi, come Soros e Gates, ma si tratta di un autentico rovesciamento filosofico dell’ideologia di destra, secondo la quale i soldi devono concentrarsi nelle mani di che sa usarli. Gli eventi hanno dimostrato l’infondatezza della teoria, e Obama la certifica. E’ interessante notare che nella fase finale della campagna elettorale, Mac Cain, Palin e un gruppo di sostenitori possidenti hanno giocato la carta del Barack “socialista-marxista”, Naturalmente si tratta, dal punto di vista fattuale, di una sciocchezza. Nella quale tuttavia luccica involontariamente la sensazione che la crisi in corso possa effettivamente rimettere in campo vie d’uscita di stampo socialista.
    E’ sicuro che sarà tentato un cambiamento strutturale del modello di sviluppo: dalla dipendenza del petrolio ad una prevalenza delle energie rinnovabili. Bush è stato il Presidente sotto il quale, oltre a quelli irakeni, sono stati manipolati i dati sui cambiamenti climatici, che ha respinto le resultanze scientifiche sui cambiamenti climatici, che ha negato la firma Usa del protocollo di Kyoto. Obama in campagna elettorale ha annunciato un New deal verde, 150 miliardi di dollari in dieci anni, cinque milioni di posti di lavoro di nuovo tipi previsti. Dopo l’elezione ha confermato l’obiettivo. Il suo staff annuncia una “Low-carbon Economy”. L’ecologia entra così nell’orizzonte politico della maggiore potenza mondiale. Con l’obiettivo della zero dipendenza da Venezuela e Medio Oriente entro il 2018, gli Stati Uniti ritirano dalle principali aree del petrolio qualcosa più delle truppe: ritirano gli interessi, con conseguenze politiche potenzialmente enormi. Se l’Europa realizza il progetto “20/20/20” (venti per cento di risparmio energetico, venti per cento di energia da rinnovabili, venti per cento di riduzione del CO2 entro il 2020) -progetto peraltro al quale ha fortemente resistito il governo Berlusconi-, e se la Cina, trovando subito sponda in Occidente, dà un qualche seguito all’annuncio contenuto nel messaggio del Presidente Wen Jao Bao per l’elezione di Obama (“I Paesi sviluppati devono cambiare il loro insostenibile stile di vita e aiutare gli emergenti a darsi uno sviluppo sostenibile”), allora la crisi diventa l’occasione di una cambio di passo della storia.
     In questi mesi, per arrestare la frana del sistema finanziario e i suoi già massicci riverberi sull’economia reale, gli Stati, con l’azione di governi e banche centrali, sono intervenuti impiegando enormi quantità di risorse pubbliche. Banche e imprese, che, s circondate da stuoli di competentissimi corifei analfabeti, sono state il motore della critica liberista all’intervento pubblico, ora invocano lo Stato. Chiedono soldi. Provvisoriamente, per carità. Purchè tanti. E tanti ne stanno arrivando. Una tale immissione di liquidità è anche necessaria ad evitare rapide evoluzioni catastrofiche della situazione. Ma da sola non è affatto in grado di invertire la rotta. In gioco sono elementi strutturali, non congiunturali. Siamo al capolinea perché non regge più un ordine globale, non solo per quella particolare sconsideratezza dei signori della finanza che ha spinto un commentatore a coniare il neologismo “bankster”, banchiere più gangster.
     L’Europa è stata governata da una tetragona banca centrale, e da una Commissione, che hanno visto solo due cose: deficit e inflazione, e quindi si sono dati due soli strumenti sostanziali: controllo del deficit e alti tassi di interesse. Hanno dovuto sbattere contro crisi finanziaria e recessione, del tutto impreviste fino a quando non le hanno viste anche i ciechi, per prendere coscienza che c’è un problema di debito privato oltre che pubblico, e infine per allentare i vincoli del patto di stabilità e avviare la discesa dei tassi. L’Europa raccomanda adesso l’impiego dell’1% del Pil per temperare la tempesta delle banche e delle borse, e limitare i danni della imminente recessione. Quasi tutte le nazioni sembrano seguire l’indicazione di massima, salvo l’Italia, dove il governo di centrodestra sta stanziando assai più modeste quantità di risorse. Quanto alla qualità dei provvedimenti, c’è da trasecolare. Dunque: social card per i poverissimi (per non dimenticare che lo Stato è compassionevole); bonus una tantum per le famiglie numerose e di fascia bassa; sostanziale superamento delle agevolazioni per risparmio energetico ed energie rinnovabili (a fronte degli annunci di un massiccio programma di nuove centrali nucleari); aumento delle difficoltà di accesso al credito d’imposta per le imprese che investono in ricerca e innovazione; quasi 10 miliardi di tagli entro la legislatura a scuola e università. Un delirio. Che il partito più importante della attuale opposizione parlamentare per lo più giudica con la formula di “provvedimenti insufficienti”.
 
     Se la crisi origina dalla doppia svalorizzazione del lavoro umano e delle risorse naturali, doppia svalorizzazione che fa vacillare le basi stesse della democrazia, allora la via d’uscita democratica passa esattamente dall’intervento su quei fattori strutturali. Un intervento non vanamente congiunturale richiede la rimessa in valore del lavoro, nella straordinaria e inedita varietà di forme che ha assunto, ed una economia che non spezza gli equilibri del pianeta. Un programma di questa natura ha molte conseguenze: forti politiche redistributive e drastica riduzione dei livelli di disuguaglianza; definizione di un nuovo inventario di beni comuni, su tutti la conoscenza e l’acqua; rafforzamento delle funzioni politiche e dell’intervento pubblico nella regolazione economica; costante correzione della asimmetrie del mercato e controllo delle sue derive speculative; riforma dello Stato sociale, per aumentarne l’efficienza e la complessità, non per ridurne la portata; ripresa del processo di disarmo in un nuovo quadro multilaterale di cooperazione internazionale; sistemi informativi che consentano una libera formazione di una opinione pubblica, su scala locale e globale; ripristino e costituzione di istituzioni e poteri di carattere  democratico.
     L’età di uno sviluppo senza fine sotto il dominio di élites avide e irresponsabili, è finita. Decrescita? Può essere più interessante riprendere l’ipotesi (già affacciata due secoli fa da uno dei padri dell’economia politica, Ricardo) di uno “stato stazionario” per i Paesi più sviluppati (il che naturalmente richiede un più elevato grado di uguaglianza), accompagnato da uno sviluppo in Jumping, in salto (cioè bruciando le tappe dell’innovazione tecnologica e dei modelli energetici), dei Paesi emergenti.

     Com’è evidente, se da un lato la crisi espone l’umanità a rischi terribili, dall’altro sembrerebbe ridistribuire carte anche nelle mani della sinistra. Se gran parte della sinistra non si fosse nel frattempo lasciata convincere della bontà delle altrui ragioni, o non avesse letteralmente abdicato. Le carte sono lì, ma provvisoriamente mancano le mani per giocarle.
     Ma questo è un altro discorso.
    


Sunt certi ....

Sunt certi .... fines

Grazie molte, caro Mussi,
per l'illuminante (almeno per me) tuo saggio.
Credo siano ben tracciate
le linee di fondo per il nostro programma di sinistra.
Per questo vorrei esprimere
la mia piena condivisione soprattutto sulla parte finale del tuo saggio.
"Se la crisi origina dalla doppia svalorizzazione del lavoro umano
e delle risorse naturali,
doppia svalorizzazione che fa vacillare le basi stesse della democrazia,
allora la via d’uscita democratica
passa esattamente dall’intervento su quei fattori strutturali.
Un intervento non vanamente congiunturale richiede
la rimessa in valore del lavoro,
nella straordinaria e inedita varietà di forme che ha assunto,
ed una economia che non spezza gli equilibri del pianeta.
Un programma di questa natura ha molte conseguenze: forti politiche redistributive e drastica riduzione dei livelli di disuguaglianza;
definizione di un nuovo inventario di beni comuni, su tutti la conoscenza e l’acqua;
rafforzamento delle funzioni politiche e dell’intervento pubblico nella regolazione economica; costante correzione della asimmetrie del mercato e controllo delle sue derive speculative;
riforma dello Stato sociale, per aumentarne l’efficienza e la complessità,
non per ridurne la portata;
ripresa del processo di disarmo
in un nuovo quadro multilaterale di cooperazione internazionale;
sistemi informativi che consentano una libera formazione di una opinione pubblica, su scala locale e globale;
ripristino e costituzione di istituzioni e poteri di carattere democratico.
L’età di uno sviluppo senza fine sotto il dominio di élites avide e irresponsabili, è finita".
E' tempo quindi a sinistra per aprirsi programmaticamente a una mite, personalista, "cultura del limite".
O no?


Bellissimo intervento.

Bellissimo intervento. L'analisi sulla limitatezza
delle risorse che mette in crisi la riproduzione
allargata e la ricostruzione del saggio di profitto
va ben oltre l'orizzonte di Bad Godesberg
e mette al centro del dibattito i concetti
che permettono di capire quanto e' successo
e di elaborare le idee programmatiche di cui
si sente la necessita'.
Se il dibattito si manterra' a questi livelli
sara' a mio avviso possibile che i gruppi
dirigenti e gli strumenti organizzativi
di cui abbiamo bisogno si possano formare.


caro fabio, condivido

caro fabio,
condivido pienamente la tua analisi, il concetto di "giusta misura" sviluppato nelle tesi dei colloqui del 2008 dell'Accademia di Dobbiaco (www.colloqui-dobbiaco.it) prefigura un nuovo equilibrio tra salvaguardia delle risorse naturali e qualità della vita.
Una dimensione in cui tutte le forme di risparmio energetico, di uso di energie rinnovabili,insieme all'effermazione di valori d'eguaglianza,di una nuova socialità, di libertà e giustizia, siano la frontiera di un nuovo ordine sociale ed economico mondiale che potrebbe essere la prossima "civiltà dell'era solare".
Il quesito però diventa drammatico: quale sinistra potrà contribuire all'affermazione di un disegno tanto grande e complesso se,guardando soprattutto al nostro Paese, ci troviamo ancora in una condizione di così grave difficoltà ed arretratezza, come tu stesso sottolineavi?

cari saluti ed auguri
sergio caserta


"Un carattere essenziale

"Un carattere essenziale dell’economia moderna è il processo di concentrazione che si va continuamente rafforzando. Non solo le grandi imprese determinano in modo decisivo l’evoluzione dell’economia e del livello di vita, ma esse modificano anche la struttura dell’economia e della società. Chi nelle grandi organizzazioni economiche ha potere di disporre di milioni di marchi e decine di migliaia di lavoratori, non si limita a fare dell’economia, ma esercita il potere su uomini, la dipendenza degli impiegati e degli operai va molto al di là della sfera economico-materiale. Laddove predomina la grande impresa non esiste libera concorrenza. Chi non dispone dello stesso potere, non ha le stesse possibilità di sviluppo, in un modo o nell’altro non è libero. La posizione più debole nell’economia è quella dell’uomo in quanto consumatore.
Con il loro potere, ulteriormente rafforzato da cartelli e consorzi, gli uomini che dirigono la grande industria/finanza esercitano un influsso sullo Stato e sulla politica che non è conciliabile con i princìpi democratici. Essi usurpano il potere statale. Il potere economico si trasforma in potere politico ...........
Il contenimento del potere della grande industria/finanza rappresenta dunque il compito centrale di una politica economica liberale.
Lo Stato e la società non devono diventare preda di potenti gruppi d’interesse. La proprietà privata dei mezzi di produzione ha diritto ad essere protetta e incentivata, fintanto che essa non ostacola la costruzione di un ordine sociale giusto.
............
La concorrenza a mezzo delle imprese pubbliche è un mezzo decisivo per impedire il controllo privato del mercato. A queste imprese spetta il compito di far valere gli interessi della collettività. Esse diventano necessarie laddove, per motivi di ordine naturale o tecnico, alcune prestazioni irrinunciabili per la collettività possono essere ottenute in modo economicamente ragionevole soltanto escludendo la libera concorrenza.
............. Un efficace controllo pubblico deve impedire ogni abuso di potere dell’economia.
I suoi strumenti più importanti saranno il controllo degli investimenti e il controllo delle forze che dominano il mercato.
La proprietà collettiva è una forma legittima di controllo pubblico, cui nessuno Stato moderno può rinunciare. Essa serve al mantenimento della libertà di fronte allo strapotere dei grandi gruppi economici.
Nella grande industria/finanza il potere decisionale è caduto per lo più in mano a manager, che lo esercitano al servizio di potenze anonime. In questo modo la proprietà privata dei mezzi di produzione ha perduto in gran parte il suo potere decisionale.
Il problema centrale di oggi è questo: il potere economico. Laddove non è possibile con altri mezzi garantire un ordine sano dei rapporti economici di potere, la proprietà collettiva diventa utile e necessaria. ........."

Quanto sopra riportato non lo ha scritto Marx, ma più semplicemente, cinquant'anni, fa lo hanno scritto nel loro documento fondativo i compagni della SPD, di Brandt, a Bad Godesberg. Forse basterebbe partire da qui. O meglio, ripartire da qui cominciando a chiedersi perchè la sinistra in Italia non vi ha mai fatto reale riferimento e perchè, ad un certo punto anche la sinistra in Europa ha preferito seguire le sirene della terza via ( anche se appariva come una brutta copia del pensiero di Reagan e della Thatcher) con a capo Blair e Schroder che, dopo le loro dimissioni,hanno mostrato quanto poco fossero attaccati al socialismo rinunciando a ritornare semplici militanti ed accettando invece lauti incarichi "manageriali" da quel mondo finanziario internazionale che tanto bene avevano servito. Cominciare da qui perchè è da qui che è iniziata la vera storia di quella cultura sociale europea che, come ha scritto Rifkin nel suo libro "Il sogno Europeo",è di gran lunga più adatta ad affrontare le sfide della società globale rispetto al sogno americano che sta mostrando tutti i suoi gravi limiti.


http://blog.libero.it/rigitan

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sembrerà strano ma l ho letto tutto. molto interessante, ma anche molto lungo.


donna di denari