di Pietro Rossi
Dom, 01/02/2009 - 22:12
0. Introduzione
La contrapposizione Destra/Sinistra è da due secoli la discriminante essenziale che caratterizza lo scambio politico nelle democrazie occidentali. La collocazione “a destra” o “a sinistra” è presente in ogni analisi della pratica politica. Tanto che la perdita di operatività e di senso delle tradizionali culture politiche alla base dell’antitesi “Destra/Sinistra” può rappresentare il sintomo di una deriva del sistema politico.
Già dal 1990, in uno scritto mai pubblicato, Marco Revelli denunciava: “Strano destino davvero, quello subito in quest’ultimo scorcio di secolo dai concetti, antitetici e complementari, di destra e sinistra. Due concetti trasformati nel giro di poco più di un decennio, da criterio costitutivo e fondante del discorso politico e non solo dell’ineliminabile antagonismo da esso presupposto – criterio non solo descrittivo della realtà, ma anche prescrittivo dell’agire – in rottame ideologico da riporre nel gran museo delle cere insieme alle vecchie illusioni di palingenesi e agli abiti smessi del militante politico.”
Mai come oggi, la tradizionale distinzione del campo politico viene perdendo di senso e considerata come una contrapposizione che avrebbe ormai fatto il suo tempo, con l’abbandono delle appartenenze politiche che sono state la linfa dell’esperienza storica.
Tuttavia, la scena politica di parte del mondo occidentale, compresa quella italiana, è ancora dominata dall’idea di una polarizzazione dello scontro tra due schieramenti contrapposti.
Ma lo sforzo di conquistare il centro politico per la supremazia elettorale, spinge “destra” e “sinistra” a diventare quasi identiche, al punto di risultare irriconoscibili rispetto alle loro tradizioni.
E’ paradossale che questo appannamento della contrapposizione si manifesti nel momento in cui, su scala globale, il dramma delle disuguaglianze esplode in tutta la sua evidenza. Nella fase storica, cioè, in cui la questione “dell’eguaglianza” – che costituisce il principale tema discriminante tra sinistra e destra – assume carattere cruciale ai fini del confronto politico
Le ragioni della contrapposizione sono in ogni modo ancora tutte lì sul tappeto, potenziate e ingigantite dall’unificazione dello spazio planetario. Quelle che al momento mancano o risultano drammaticamente insufficienti sono le soluzioni e i soggetti politici che le portano avanti
Si ha la sensazione che l’indifferenziato convergere di programmi e proposte da destra e sinistra su un campo ristretto di atteggiamenti condivisi, con la rinuncia a dividersi sulle questioni che possono offrire un senso e una direzione all’agire collettivo, derivi da una incapacità a dare risposte possibili alle questioni vitali del nostro tempo.
Un problema aperto è se si tratti di un fenomeno destinato a essere superato o se, al contrario, non si tratti di una caduta irreversibile che rappresenterebbe una radicale perdita di contatto tra “politica” e “mondo reale”.
1. .L’egemonia della destra. La sinistra e l’identità smarrita
Già tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta si sono manifestati i segni dell’appannamento della contrapposizione Destra/Sinistra mentre il Novecento si chiudeva mettendo a soqquadro tutti i caratteri identificativi che ne avevano caratterizzato la tumultuosa e sanguinosa vicenda politica e si presentava sul piano sociale trionfante la figura appagata del “consumatore” nei confronti della figura conflittuale e dura del “produttore industriale”. Sul piano politico – culturale trionfava “la morte delle ideologie” e la caduta del Muro di Berlino sembrava segnare la fine della presenza nella politica di identità separate e potenzialmente conflittuali.
Tante erano le ragioni di quella chiusura ( Marco Revelli: Sinistra Destra” ):
- “la fine del comunismo” sovietico, con l’annichilirsi dell’esperienza storica che aveva aperto il Novecento simbolizzandone il carattere ideologicamente polarizzato;
- “la fine del lungo ciclo fordista” della produzione di massa, del gigantismo industriale e delle burocrazie pubbliche, con la decostruzione della tradizionale “società di classe” imperniata sulla polarità capitale/lavoro che sembrava l’orizzonte stabile della civiltà industriale;
- l’emergere di un mondo unificato e uniformato dal mercato e dall’informatica.
Aveva fine il “compromesso socialdemocratico”, che soprattutto in Europa aveva governato il rapporto politica/economia, e quello che è stato definito “il capitalismo democratico” negli Stati Uniti.
L’appannamento della contrapposizione Destra/Sinistra è via via apparso più evidente a seguito di una serie di trasformazioni di grande portata in campo non solo politico, ma soprattutto economico, tecnologico, sociale e culturale, nel corso delle quali si è avviato un processo di decomposizione e collasso di uno degli attori, la sinistra, clamoroso nel corso degli anni Novanta e proseguito nel nuovo secolo. Nel contempo, a rendere più significativo lo squilibrio, si è verificato a destra lo sviluppo e il rafforzamento del fenomeno politico più pervasivo ed egemonico nell’ultimo ventennio, il “neoliberismo”, altrimenti definibile come “Neodestra”, tanto penetrato nel senso comune del presente da venire qualificato come “il pensiero unico”, caratterizzato da una ossessione per la liquidazione di ogni sistema di regolazione sociale. ( Marco Revelli: Sinistra Destra ).
La sua azione si esercita su un doppio binario.
Da un lato, puntando sulla potenza della tecnologia e dei suoi progressi nel modo di produrre, destruttura la società e la scompone con un processo di individualizzazione che produce la rottura di tutti i residui legami sociali e smantella le reti di sicurezza pubbliche attivate con il welfare che aveva contrastato gli effetti perversi dell’isolamento e del disagio sociale. Il risultato è la generazione di solitudine, sfiducia, insicurezza e paura crescente del futuro.
Dall’altro lato, appoggiandosi ai luoghi comuni della tradizione – religione, famiglia, autorità, comunità etnica – punta su “ordine e legge” per dare risposte, provvisorie ma efficaci ai fini del consenso, all’insicurezza e alla paura che essa stessa produce.
Tutto questo grazie ad un apparato socio – culturale, prima ancora che politico, di grande portata.
Con l’avvento della fase postindustriale che in misura crescente ha ridotto il peso della classe operaia e del lavoro dipendente nelle forme tradizionali, si è spezzato il tradizionale cordone ombelicale tra il soggetto economico – sociale e la sinistra politica organizzata.
Nel contempo, determinando la crisi dello Stato nazionale, ha preso il sopravvento lo spazio globalizzato indefinito in cui operano nuove oligarchie onnipotenti che dominano finanzia, industria, allocazione delle risorse, mezzi di comunicazione. Ne risultano svuotati, oltre la sovranità dello Stato, l’autonomia della politica , la sfera della moralità pubblica, i diritti universali, la democrazia e la legittimità quali fondamenta del potere.
In questo quadro “la dinamica egualitaria”, fondamento costitutivo e trainante della sinistra, conosce un processo di sospensione e di rovesciamento.
L’indebolimento della sinistra, tuttavia, non è solo di natura politica. Infatti la sequela di tragici errori o di incredibili leggerezze in cui la storia degli ideali di sinistra ha finito per incagliarsi, non bastano a spiegare il vero e proprio rovesciamento intervenuto negli ultimi decenni. La scomparsa della “questione sociale” dovuta alla rivoluzione del modo di produrre e il parallelo formidabile aumento della produttività che ha messo sul mercato una massa enorme di beni di consumo, hanno causato uno spostamento del fulcro dell’economia dal lavoro al consumo e dal lavoro collettivo al lavoro individuale, con la massa omogenea del proletariato industriale articolata in un mondo del lavoro dotato di miriadi di competenze specifiche.
Questo cambiamento ha generato nelle grandi masse un nuovo modo di pensare, un nuovo “senso comune”, per usare una notazione di Gramsci.
Mentre l’antagonismo sociale si attenuava, aumentava l’interesse comune al consumismo. Mentre nel nuovo mondo del lavoro si attenuava la spinta alla solidarietà, si accentuava l’attrazione verso l’abbondanza permissiva offerta dalla pubblicità.
Si dovrà riflettere sui fondamenti della cultura di massa su cui si va adagiando la modernità.
Sull’argomento, nel suo libro “Il Mostro Mite”, Raffaele Simone sviluppa una analisi rigorosa e impietosa.
La nuova società globalizzata è dominata da un modello di cultura avvolgente, consumista, indifferente alla rinuncia, all’altruismo, alla solidarietà, che nega il valore dei legami sociali e spinge l’uomo a ripiegare su se stesso e gli promette felicità e benessere. E’ appunto il Mostro Mite, la faccia sorridente, e tuttavia sinistra e prepotente della Neodestra.
Se si mantiene questo paradigma economico – ideologico totale, la Neodestra può garantirsi a lungo il primato, non solo nelle istituzioni, ma soprattutto negli usi e costumi della gente, cioè nella vita di ciascuno di noi.
Questo fenomeno ha per effetto l’indebolimento e il cambiar natura della sinistra, dei suoi ideali, del suo “popolo” e dei partiti in cui essa si incarna. Un insieme di obiettivi perseguiti dalla sinistra, ancora fervidi di opportunità per il progresso del genere umano, stanno arretrando, girano a vuoto gli sforzi per attuarli, mentre nei paesi sviluppati “modernizzarsi” significa entrare nel processo del consumo affluente.
Quella della globalizzazione è una società frantumata e terribilmente più diseguale. L’aumento della disuguaglianza non si è verificato nella forma marxista della polarizzazione, con un pugno di capitalisti e un proletariato immenso e immiserito, ma nello sgranamento di una maratona sociale che favorisce l’economia del consumo. In questa economia vi è certo un proletariato, ma ai margini della società, come elemento di disturbo, non come scuola di solidarietà e fratellanza.
La massa dei gruppi intermedi disposti nel lungo percorso della maratona sociale è dominata dal paradigma di cultura ispirato dalla Neodestra che ha spostato ad un livello più alto il connotato della destra tradizionale fondato sulla difesa della differenza , della tradizione e della gerarchia.
I nuovi valori privati proposti dalle oligarchie dominanti sono stati così riassunti da Raffaele Simone: il postulato di superiorità ( io sono il primo, tu non sei nessuno ); il postulato di proprietà ( questo è mio e nessuno me lo tocca ); il postulato di libertà ( io faccio quello che voglio e come voglio ); il postulato di non intrusione dell’altro ( non ti immischiare negli affari miei ); il postulato di superiorità del privato sul pubblico ( delle cose di tutti faccio quello che voglio ).
Quella che disegnano questi postulati è una società aggressiva, egoistica e pericolosa. Populismo e privatismo sono l’espressione di una formidabile tendenza alla disgregazione sociale. Questo è uno dei rischi supremi del nostro tempo: quello di una società polverizzata esposta agli stimoli delle mobilitazioni irrazionali. L’altro pericolo, da una società consumistica, è la distruzione del capitale naturale provocata da una crescita economica illimitata e dissennata.
A questi rischi, la sinistra deve smettere di opporre una sterile contestazione o un appiattimento compiacente: un pensiero debole.
Fino a quando non saprà costruire in un pensiero forte, un pensiero critico, le fondamenta di un nuovo ordine economico e sociale che sia in grado di reggere la poderosa complessità della globalizzazione, il campo sarà lasciato aperto all’ideologia della Neodestra.
Oggi si presenta una occasione straordinaria.
La crisi finanziaria e la recessione economica, partita dagli Stati Uniti e propagata dalla globalizzazione al mondo intero, rappresentano un clamoroso fallimento del neoliberismo e delle sue politiche di “deregulation” ispirate dal culto di un dio chiamato “assoluta libertà” del mercato che è in verità la libertà di una ristretta oligarchia che decide su scala mondiale la più grande e sconvolgente redistribuzione di capitali, lavoro, risorse.
L’occasione offre una posta alta: l’egemonia culturale e morale nel mondo sviluppato.
Infatti, oggi, di fronte alla rovinosa caduta, forze di destra sono costrette ad adottare programmi e indirizzi culturali caratteristici della più classica tradizione socialista e socialdemocratica, a partire dall’intervento pubblico nell’economia.
Il vento sta cambiando. La sinistra dovrebbe essere capace di cavalcare il cambiamento della direzione della storia e trovare la forza di proporre un modello di società all’altezza dei tempi, soprattutto per le giovani generazioni che vogliono sentirsi parlare di futuro:
2. Il Supercapitalismo. Il rapporto tra politica democratica ed economia
La sinistra si trova davanti al problema del capitalismo globalizzato – definito da Reich “supercapitalismo” – e alle sue contraddizioni, ai suoi limiti, alle gravi crisi finanziarie ed economiche prodotte dall’egemonia dell’ideologia della deregolazione mercatistica.
Due posizioni dovrebbero essere bandite. Quella del superamento del capitalismo da un lato e quella della protesta sterile e della muta rassegnazione nella convinzione che tutto tornerà come prima, dall’altro.
Quanto alla prima posizione, è azzardato pensare che questa crisi costituisca finalmente “la crisi generale del capitalismo” dalla quale volontaristicamente far emergere una forma di società alternativa. Si deve prendere atto del fallimento dell’esperienza del socialismo reale partita da una rivoluzione esplosa in un grande paese contadino e arretrato appena investito nella sua struttura sociale dai segni di una industrializzazione, una grande insurrezione contadina e operaia totalmente priva delle basi sociali necessarie per una trasformazione del modello di società.
La burocrazia politico – amministrativa che prese il governo “in nome della classe operaia”, dimentica della lezione di Marx secondo la quale una società non può nè saltare né eliminare per decreto le fasi naturali del suo svolgimento, ha dato luogo a regimi oppressivi con sistemi brutali e dispotici di sviluppo delle forze produttive, interpretabili come forme di capitalismo coatto di Stato, in cui il capitale privato è stato sostituito dal capitale di stato, il mercato è stato soppresso. Il tentativo di collettivizzare lo sviluppo delle forze produttive e di pianificare il processo sociale di produzione è fallito per lo snaturamento forzato delle leggi del Capitale analizzate da Marx, in un sistema che intendeva mantenere il modo di accumulazione capitalistico conservando il lavoro salariato ma abolendo la proprietà privata.
Marx ha dedicato pagine memorabili a descrivere la potenza rivoluzionaria e modernizzatrice del capitalismo e come questa ha travolto le società precedenti, rivelandosi il più grandioso sistema di mobilitazione della ricchezza nel mondo sviluppato. La base del potere della classe capitalistica è stato il controllo del lavoro umano nella forma della mercificazione della forza lavoro. Il compito dell’accumulazione primitiva fu la distruzione di tutte le forze che potevano contrastare la mercificazione del lavoro. Per questo Marx afferma che il capitalismo emerge alla storia nel sangue e nel fango.
Nell’affrontare i problemi del nostro tempo la sinistra dovrebbe riflettere sull’esperienza delle socialdemocrazie europee dopo la seconda guerra mondiale, che produsse quello che è stato definito “modello sociale” europeo.
Dopo essere sopravvissuta alla Grande Depressione del ’29, l’America emerse dalla seconda guerra mondiale vittoriosa e con un’economia prospera e funzionante e una democrazia soddisfacente.
I due attori – il capitalismo e la democrazia – sembravano coniugarsi in una armonia che finirono per essere considerati un sistema, il capitalismo democratico americano, che sarebbe diventato un modello per il mondo e l’alternativa storica al comunismo sovietico.
Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del secolo scorso fu raggiunto, grazie al capitalismo democratico negli Stati Uniti e al “compromesso socialdemocratico” di marca europea, un equilibrio sostenibile fra la supremazia macroeconomica dello Stato e la libertà microeconomica del mercato.
Furono decenni di forte crescita economica con una sostanziale stabilità economica e monetaria.
Il compromesso tra le istituzione della democrazia e quelle del capitalismo era basato su tre fondamentali politiche: quella macroeconomica di stampo “keynesiano” di sostegno della domanda per realizzare una condizione prossima alla piena occupazione; una politica dei redditi , che introduceva nel rapporto conflittuale tra i lavoratori e gli imprenditori le basi per una intesa sulla ripartizione tra salari e profitti indicizzata all’aumento della produttività; politiche di redistribuzione del benessere basate sull’indirizzo di risorse pubbliche, prelevate attraverso una fiscalità fortemente progressiva, verso obiettivi sociali, in particolare nel campo della previdenza sociale e della sanità. ( Giorgio Ruffolo: Il capitalismo ha i secoli contati, pag. 149 ).
All’inizio degli anni Settanta esplosero le contraddizioni accumulate nel corso dello sviluppo di questo modello sociale.
Da un lato, il grande sviluppo tecnologico, soprattutto negli Stati Uniti, dovuto ad una politica che spingeva la spesa pubblica verso gli armamenti ( è il tempo della guerra fredda e dell’intervento nel Vietnam ) e a cascata spingeva i risultati dei progressi tecnologici verso nuovi prodotti e servizi: dai computer a Internet, dalle fibre ottiche ai satelliti, e così via. Si aprivano mercati e prospettive nuove. Ciò fece aumentare il numero delle imprese concorrenti nei vari campi dell’industria e delle finanze. Queste smantellarono lo stabile sistema di produzione del ciclo fordista e costrinsero tutte le aziende a competere più aggressivamente per accaparrarsi consumatori e investitori attraverso la politica dei prezzi.
Da un altro lato, le pressioni inflazionistiche alimentate dall’imbargo petrolifero arabo e quelle esercitate sui costi dagli aumenti salariali generati dalle condizioni prossime alla piena occupazione, soprattutto in Europa, si aggiungevano alle rigidità dei sistemi di welfare con conseguente aumento della spesa pubblica e della pressione fiscale per ragioni sociali.
La svolta fu il risultato di una vera e propria offensiva capitalistica, iniziata con lo smantellamento del sistema monetario di Bretton Woods basato sulla convertibilità delle monete a scambi quasi fissi e il dollaro agganciato all’oro al prezzo fisso di 35 dollari l’oncia , nonché su severe limitazioni ai movimenti di capitali.
Le spinte inflazionistiche e il crescente disavanzo della bilancia commerciale americana spingevano verso una svalutazione del cambio del dollaro con l’oro.
La ritrosia americana a questa mossa indusse il Presidente Nixon alla decisione clamorosa di sganciare il dollaro dall’oro, ponendo così fine al regime dei cambi fissi e imponendo il dollaro come moneta universale.
La seconda mossa dell’offensiva capitalistica fu la frenata monetaria decisa dal presidente della Federal Riserve per stroncare l’inflazione portando i tassi di interesse a breve termine a un livello così alto da interrompere bruscamente la parentesi della politica dei redditi del capitalismo democratico.
La terza mossa, alla fine del decennio, fu la decisione rivoluzionaria di liberalizzare i movimenti internazionali del capitale, che da fattore di produzione divenne un prodotto oggetto di scambio. Scomparve la disciplina dei movimenti di capitale che garantiva agli Stati nazionali il controllo della regolazione economica.
Secondo i teorici liberisti, ciò avrebbe aperto un’era di crescita e di stabilità garantita dalla capacità di autoregolazione dei mercati
Ma se la crescita si ebbe, anche se di molto inferiore a quella dei decenni precedenti, la stabilità mancò. Tra la fine del secolo scorso e questi primi anni del nuovo, si sono verificate decine di crisi finanziarie ed economiche culminate in questa in corso, devastante.
L’estensione del capitalismo all’intera economia mondiale, che è alla base della globalizzazione, è stata resa possibile da una vasta gamma di nuove tecnologie per il trasporto e la comunicazione.
Un aspetto importante dell’offensiva capitalistica risiede nel processo di trasformazione del modo di produzione fordista, determinata dalla rivoluzione tecnologica, che favorisce l’impresa nel perseguire come scopo fondamentale il massimo profitto.
Scrive Giorgio Ruffolo nel suo libro “Lo specchio del diavolo”:
“ Una applicazione massiccia e sistematica delle innovazioni immateriali ( elettronica ed informatica ) al processo produttivo consente non solo di aumentare la produttività rispetto all’occupazione, ma, soprattutto, di trasformare il lavoro di fabbrica, omogeneo e massiccio, dell’epoca fordista, adattandolo alle esigenze di flessibilità di una produzione altamente differenziata e “istantanea”. Il che significa sciogliere la falange del proletariato in un ventaglio di gruppi diversificati e mobili fortemente soggetti ai mutamenti capricciosi della domanda; e quindi privati di quella solidarietà e continuità che costituivano la forza dei lavoratori. Ciò rafforza enormemente il potere contrattuale del capitale e indebolisce quello del sindacato.”
L’introduzione massiccia della produzione di beni immateriali ( conoscenza, informazione, formazione, comunicazione, intrattenimento che arrivano a costituire modelli di vita ) ha mutato il rapporto capitale – lavoro tipico della fabbrica di beni materiali, fondato sul lavoro misurabile quantitativamente, spostandolo verso la categoria della qualità del lavoro di ogni individuo. “ Nel primo caso, fabbrica di merci materiali, gli operai si sentivano oggettivamente e soggettivamente uguali. Nel secondo ogni lavoratore compete con gli altri con tutti i mezzi per sopravvivere. L’individualismo e la solitudine sono la regola.” ( Marcello Cini: Il brevetto del nuovo capitale ).
L’aspetto culturale della offensiva capitalistica risiede nell’attacco alla base ideologica del compromesso socialdemocratico che, seguendo Keynes, era favorevole all’intervento pubblico sulla domanda e sulla distribuzione delle risorse. Viene respinta nettamente l’interferenza dello Stato nel Mercato in nome della fede inconcussa nella sua capacità di autoregolazione Così si perviene alla conquista di una posizione di forza rispetto allo Stato nazionale, mentre si verifica un intreccio
collusivo tra classe politica ed élite capitalistica..
Le conseguenze economiche e sociali dell’offensiva capitalistica non sono certo quelle promesse dai profeti del neoliberismo. Una crisi di grandi proporzioni e di portata storica sta, infatti, investendo l’economia. Essa è il segno di un clamoroso fallimento proprio del neoliberismo che ha egemonizzato un ciclo ormai trentennale.
L’eccezionale posizione del dollaro come unica moneta di riserva, con la sua capacità di attrazione sul risparmio mondiale, ha consentito agli Stati Uniti un disavanzo verso l’esterno di proporzioni inimmaginabili: il Paese più ricco e potente, anziché finanziare con il suo risparmio un flusso di investimenti diretto verso l’esterno, risparmia ben poco, espande i suoi consumi al di là delle sue capacità produttive, si indebita con il resto del mondo determinando così il finanziamento del più ricco da parte del più povero. L’indebitamento scarica sul futuro le incertezze del presente e rende il futuro una merce. Questa distorsione nella dislocazione dei flussi di risparmio su scala mondiale verso i paesi ricchi e non verso quelli poveri, non solo è un meccanismo iniquo ma alla lunga è un meccanismo insostenibile.
Le soluzioni per un riaggiustamento sono o una svalutazione del dollaro o una deflazione e recessione a carico dei debitori o entrambe, come sta avvenendo.
Questo predominio capitalistico agisce all’interno della società con effetti disgreganti.
Secondo Luciano Gallino con la globalizzazione ci troviamo in una seconda rivoluzione industriale, a distanza di due secoli dalla prima, e questa coinvolge oltre due miliardi di persone: mezzo miliardo di lavoratori tutelati nelle società industriali avanzate e oltre un miliardo e mezzo di lavoratori indifesi in quelle toccate dalla globalizzazione. Tra le due aree non c’è sbarramento e questo ha prodotto un nuovo e più pesante processo di mercificazione del lavoro, definito con il termine di “flessibilità”
Gallino usa l’immagine della clessidra: nella parte alta della clessidra si trova il lavoro flessibile ad alta qualificazione per una minoranza di lavoratori, per i quali c’è la riappropriazione dell’autonomia in un lavoro professionale soddisfacente e la prospettiva di un miglioramento del reddito; nella parte bassa della clessidra c’è il lavoro flessibile di bassa qualità che riguarda la grande maggioranza, tra i due terzi e i tre quarti del totale, per i quali vi è l’insicurezza del posto di lavoro, l’esercizio di mansioni banali e frammentate, la perdita delle occasioni dalle quali nasce la coesione sociale. Al limite inferiore della parte bassa si trova il “precario”, esposto ai rischi della disoccupazione e dell’incertezza.
La possibilità di spostare i capitali e la disponibilità di nuovi mercati del lavoro nei paesi poveri con enormi masse di lavoratori a basse retribuzioni e pochi diritti favorisce la divaricazione del lavoro e consente alle multinazionali di valersene nella contrattazione coi lavoratori dei paesi avanzati per ridurne salari e diritti
Se la priorità per le politiche economiche dei paesi avanzati è la competitività, inevitabilmente la politica del lavoro passa in secondo piano e la flessibilità diventa indispensabile.
Le conseguenze sociali della flessibilità vengono finanziate addossando i costi relativi allo Stato: ammortizzatori sociali, costi di formazione professionale, strutture informative
Le imprese tendono a minimizzare costi e diritti dei lavoratori, che vengono posti in concorrenza tra loro. L’impresa flessibile si muove così in una società insicura, senza certezze.
Negli ultimi trent’anni la distanza tra i redditi dei più ricchi e quelli dei più poveri è diventata enorme: la disuguaglianza è il connotato più caratteristico della fase del capitalismo globalizzato, il supercapitalismo. Si tratta di una tendenza perversa rispetto al bisogno di coesione sociale.
Queste tendenze si risolvono dunque in una polverizzazione della società. Barman la chiama liquefazione, Marx diceva dissolvimento.
L’indebolimento dei diritti dei cittadini è insieme un indebolimento della democrazia.
Il libero mercato e la concorrenza spietata fra le imprese hanno spostato l’attenzione sui consumatori e gli investitori invece che sui cittadini portatori di diritti. Per attrarre i consumatori con prezzi stimolanti, si tagliano i costi; il metodo più semplice è quello di tagliare salari e diritti dei lavoratori.
Un problema nuovo degli ultimi decenni è la coesistenza in ogni persona di due modi di porsi di fronte alla società: quello del consumatore e quello del portatore di diritti in una democrazia. Il cittadino lavoratore ha perso, non il consumatore. La democrazia e il capitalismo hanno rovesciato il loro rapporto: il capitalismo sopraffà la democrazia
Mentre i diritti di prima generazione, secondo la classificazione di Norbero Bobbio, cioè il rispetto dei diritti umani e delle libertà civili dei cittadini , sono messi in discussione in quel sistema capitalistico avanzato, rappresentato dalla Cina, nel resto del mondo capitalistico i diritti di seconda generazione, cioè i diritti sociali, sono in pericolo, come pure quelli di terza generazione, vale a dire quelli a vivere in un ambiente non inquinato, alla comunicazione, alla solidarietà, alla qualità della vita.
Il rovesciamento del rapporto tra democrazia e capitalismo non si è prodotto con un trauma della politica, ma per un cambiamento del senso comune, della cultura di massa, che coinvolge anche i ceti medi, indifferenti all’indebolimento dei loro redditi di fronte alla contemporanea esplosione dei redditi della minoranza più ricca della popolazione per una naturale convergenza di interessi con le fortune del grande capitalismo attraverso le speculazioni di borsa, il credito immobiliare relativamente facile per i risparmiatori e l’accesso al credito per il consumo sollecitato dalle sirene della pubblicità del “Mostro Mite”.
Tutto reso più facile dal dissolvimento del blocco sociale costruito attorno alla classe operaia, un polo sociale antagonistico del capitalismo, sostituito da un nuovo blocco sociale capitalistico con il coinvolgimento subalterno delle classi medie.
Alla fine è possibile sintetizzare i nodi critici che hanno caratterizzato lo sviluppo capitalistico degli ultimi decenni e rendono conto delle sue contraddizioni e dei suoi limiti.
Primo: in questo quadro la società mondiale è economicamente molto più instabile, La liberazione dei movimenti di capitale da ogni regola, oltre a sradicare l’economia dalle radici nazionali, ha prodotto una interminabile serie di terremoti monetari e recessioni. A livello internazionale è in pieno corso una “tempesta perfetta” che mette a repentaglio non solo un sistema finanziario, quello americano in primo luogo, ma un intero modello di sviluppo, quello capitalistico.
Secondo: le disuguaglianze sociali invece di diminuire sono più pronunciate che nel periodo del compromesso socialdemocratico e del capitalismo democratico. Si è verificata una divaricazione drammatica della distribuzione dei redditi nei paesi in via di sviluppo e un inasprimento delle disuguaglianze nei paesi ricchi, con effetti disgreganti per la coesione sociale e nel comportamento morale prodotti dalla competitività accesa per soddisfare le gratificazioni individuali.
Terzo: l’inversione delle priorità sociali, che ha portato al declino dei beni collettivi rispetto ai beni privati. I beni sociali fondamentali ( salute, sicurezza, ambiente, educazione ) che erano al centro dello Stato sociale, sono stati ridotti a costi da minimizzare.
Quarto: il problema della sovranità politica con lo spostamento delle decisioni strategiche dall’area democratica a quella capitalistica. Lo Stato è in gran parte privato della possibilità di definire la sua politica economica in un sistema in cui non ha più senso la distinzione tra il mercato, fondato sulla legge dello scambio, e lo Stato , fondato sulla discrezionalità del potere.
Quinto: la sostenibilità ambientale determinata dalla circostanza incontrovertibile che le risorse naturali disponibili non sono di quantità infinita e che le emissioni nell’ambiente prodotte dal processo industriale hanno un limite di tollerabilità.
Sesto: la fragilità di un sistema basato sull’accumulazione finanziaria di risorse al momento inesistenti, anticipate dall’indebitamento a carico del futuro.
Questi nodi critici paradossalmente sono stati anche un aspetto propulsivo dello sviluppo economico del mondo occidentale, ma le sue contraddizioni e i limiti relativi evidenziano una crisi di sistema non facilmente risolvibile.
Quale può essere il futuro? La risposta può venire solo dall’esercizio di una volontà politica cosciente e determinata.
3, Il progresso, la crescita e i limiti dello sviluppo
L’idea di progresso è stata un postulato fondamentale della sinistra in generale e del movimento socialista in particolare.
Da varie parti e da vario tempo, però, sono state mosse critiche, anche in relazione all’emergere della “questione dei limiti” che mette in discussione la resistenza del mondo reale di fronte all’illimitata volontà di espansione e di predominio dell’uomo moderno, guidato dalla logica economica, forte del potere della tecnica e animato dalla fede nella infinita capacità di moltiplicare i propri bisogni e i mezzi per soddisfarli.
Questa illusione di disporre illimitatamente delle risorse e di beni naturali e dello spazio sulla Terra è in verità tanto del socialismo che del liberismo.
Un grido di allarme e una diagnosi infausta sulle conseguenze di politiche fondate su quella illusione venne lanciato già dal 1970 dal Club di Roma, un gruppo di uomini d’affari, statisti e scienziati animato dal manager umanista Aurelio Peccei. Il Club aveva affidato a un gruppo di lavoro presso il M.I.T. ( Massachussets Institute of Technology ) di Boston una ricerca sulle “ cause e conseguenze a lungo termine – e soprattutto sulla sostenibilità – della crescita della popolazione e dell’economia materiale su scala globale “. Il risultato fu un rapporto dai contenuti esplosivi.
Inizia da qui la crisi dell’idea del progresso e di conseguenza la messa in discussione di ogni concezione progressista della storia e del metodo tipico dell’esperienza socialista e socialdemocratica di giungere alla soluzione dei problemi sociali attraverso l’accrescimento quantitativo e illimitato delle risorse e dei beni materiali; l’idea che lo sviluppo storico, in virtù dell’uso crescente delle risorse materiali grazie alle possibilità di controllo dell’uomo sulle forze naturali stesse, possa condurre al dominio umano sul proprio destino.
La degradazione dell’ambiente provocata dalla crescita è un fatto non solo reale, ma irreversibile.
Con il linguaggio e i metodi scientifici della “ teoria dei sistemi “ molti osservatori hanno concluso che la crescita economica continua è un processo che impedisce il funzionamento della Biosfera perché ne disarticola i cicli: è quindi un fenomeno impossibile. Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere un fatto transitorio, un fenomeno che – se non arrestato rapidamente - porta necessariamente verso un punto “ di catastrofe “. E’ sostenibile solo una forma di sviluppo che consenta a tempo indefinito la vita della Biosfera. L’unico “ sviluppo “ che può durare a tempo indefinito è un processo di tipo stazionario mentre quello perseguito finora appare come un processo che:
- sancisce la sopraffazione della nostra specie su tutte le altre specie viventi, sugli ecosistemi e in genere sul mondo naturale: distrugge la diversità biologica;
- impone a tutta l’umanità di vivere secondo il modello occidentale;
- sostituisce materia inerte al posto di sostanza naturale vivente; mette strade, macchine, impianti, dove c’erano foreste, paludi, savane.
Di contro al totem del Prodotto Interno Lordo, è forse venuto il momento di diminuire i consumi materiali e di pervenire ad un’economia stazionaria con un modello economico che svincoli i livelli di occupazione dalla crescita e tuteli le leggi naturali del Pianeta.
Meritano di essere sottolineate due osservazioni.
L’inseguimento dei paesi poveri rispetto a quelli ricchi, all’interno del modello di crescita di questi ultimi, sta provocando già oggi conseguenze ambientali insostenibili, come avviene in Cina e in India.
L’eventuale proposito della sinistra di estendere al resto del mondo gli standard di vita occidentali sarebbe destinato a portare “ ancora più rapidamente all’esaurimento delle risorse non rinnovabili, all’inquinamento irreversibile dell’atmosfera e, in breve, alla distruzione del sistema ecologico da cui dipende la vita dell’uomo “. ( Lasch: Il paradiso in terra, pag. 19 )
E’ fondato l’allarme per le conseguenze distruttive dei prodotti del progresso sulla sostenibilità.
Dal punto di vista politico, la sinistra, portatrice di un programma di progresso e crescita, si è inoltre trovata in difficoltà “ nel momento in cui è il capitalismo stesso ( l’antagonista storico del socialismo ) a sviluppare a un livello addirittura intollerabile le proprie capacità di produzione allargata di beni e servizi, e non solo a soddisfare i bisogni primari ma a generare e alimentare nuovi bisogni indotti, per cui la soggettività politica che aveva definito se stessa sull’idea del conflitto sociale per la distribuzione di risorse scarse e sul concetto di “lotta di classe” per il soddisfacimento di bisogni materiali, viene in qualche misura neutralizzata. Non cancellata, ma svuotata del proprio significato storico e del proprio carattere oppositivo, privata, per così dire, del proprio opporsi a un corso del mondo che ha assorbito e compiuto il suo stesso programma “. ( Marco Revelli; Sinistra Destra , pag. 163 )
Sono illuminanti le osservazione che sull’argomento Giorgio Ruffolo riporta nel suo libro “Il capitalismo ha i secoli contati”:
“ Nell’economia capitalistica le risorse naturali sono affidate a una classe sociale, i capitalisti appunto, sulla base della proprietà privata e della mercificazione dei mezzi di produzione. Il prezzo delle risorse non riguarda il valore d’uso perduto dall’intera comunità ( e a chi si dovrebbe pagarlo?), ma un valore di scambio dei redditi che ci si aspetta di trarre dai loro prodotti venduti sul mercato, capitalizzati al netto dei costi di produzione e scontati dal tempo: ecco il paradosso di una scienza (economica) basata sul concetto di scarsità, che ignora totalmente la scarsità suprema, quella ecologica; e che, mentre insegna ai suoi studenti a distinguere il reddito dal capitale, ignora che la sua economia vive sul capitale come fosse un reddito “.
Le problematiche del progresso e della crescita investono il ruolo sociale della scienza.
Non esiste un insieme di attività separate e distinte che mostra una scienza pura, tesa alla scoperta disinteressata delle leggi generali della natura , a cui fa capo una tecnologia che usi i risultati delle scoperte per creare beni utili che l’economia provvede a immettere sul mercato in modo efficiente .
La tecnologia, come studio dei procedimenti generali della tecnica, è il braccio secolare esecutivo dello sviluppo economico e, in quanto tale, subordina al vincolo delle esigenze del mercato i diversi processi specifici propri della tecnica.
L’appropriazione privata dei risultati scientifici comporta l’appropriazione del bene pubblico delle risorse naturali: le materie prime, le fonti di energia, i prodotti naturali e i saperi accumulati per
secoli .
La scienza e la tecnica appaiono quindi strumenti dell’economia capitalistica.
Alcuni critici della civiltà contemporanea addossano alla tecnica la responsabilità principale della perdita di senso della società contemporanea e dello smarrimento delle finalità della civiltà.
Questa posizione rischia di allontanarci da una convinta e razionale utilizzazione delle conoscenze e di portarci verso l’irrazionalismo.
La causa del venir meno delle finalità non è il progresso tecnico di per sé, ma il suo essere al servizio dell’accumulazione capitalistica.
La scienza e la tecnica poste al servizio di una società della conoscenza, e non del mercato, rappresentano la via di uno sviluppo creativo.
4. Il socialismo del XXI secolo
La sinistra si trova di fronte alla “ tempesta perfetta “, una grave crisi la cui radice profonda sta nella presenza di un sistema economico interdipendente ma non governato. Al capitalismo regolato dallo Stato è subentrato un capitalismo sregolato con mercati finanziari propensi a movimenti cumulativi tendenzialmente esplosivi.
Di fronte alla catastrofe si è aperto un dibattito sul ritorno prepotente dell’intervento pubblico in economia, con un ruolo non solo di soccorso ma evidentemente anche di indirizzo. Addirittura, per affrontare le gravi disfunzioni di un mercato in cui si è consentito alle attività speculative di operare in piena libertà, si fa strada una opinione liberista a sostegno di una linea economica diretta a socializzare le perdite mantenendo la privatizzazione dei profitti. Il pericolo da scongiurare non è che lo Stato divenga padrone del mercato, ma che ne diventi lo schiavo.
La posizione è inaccettabile perché punta al salvataggio addossandone i costi ai cittadini, le cui condizioni di vita sono messe in discussione e peggiorate dal fallimento “neoliberista”, nella speranza che la tempesta si plachi e tutto ritorni come prima, con gli “ spiriti animali “ del capitalismo pronti a riprendere la sfrenata e sregolata corsa verso il disastro prossimo venturo.
All’ordine del giorno deve porsi una riforma del capitalismo di grande portata e un rafforzamento degli strumenti della politica democratica, possibili con un rinnovamento del socialismo come criterio di regolazione dello sviluppo economico, capace di far fronte alle nuove sfide.
Quali possono essere i passi del rinnovamento del socialismo e della riforma del capitalismo?
Primo. Definire una serie di traguardi, economici e sociali, desiderabili e possibili.
Secondo. La costruzione di un nuovo ordine economico e finanziario mondiale capace di regolare la globalizzazione economica entro un quadro di globalizzazione politica. In mancanza di un governo mondiale vero e proprio, un passo importante sarebbe l’attivazione di Grandi Aree Politiche soprannazionali quali l’Unione Europea, da trasformare da unione economica in unione politica, vista la posizione di debolezza e la sudditanza degli Stati nazionali di fronte al potere del capitalismo globalizzato.
Terzo. Disegnare le linee di un nuovo modello sociale che realizzi un nuovo compromesso sostenibile tra capitalismo riformato e democrazia, nel quale trovi posto l’autonomia delle forze imprenditoriali dentro un quadro strategico governato dalla politica democratica, con uno spazio di mercato nel quale agire attraverso il meccanismo della concorrenza. Difficile riproporre il modello di gestione della società e dell’economia del socialismo reale del secolo scorso basato sull’idea che un sistema può essere organizzato nel modo migliore se lo si assoggetta a una intelligenza direttiva ( lo Stato, in qualunque forma ). Modello di gestione inefficace in sistemi molto complessi dominati da spinte dinamiche imprevedibili e da condizioni strutturali in continua modificazione, come dimostrato, appunto, dal collasso del “socialismo reale” con la dissoluzione dell’URSS e la caduta del Muro di Berlino.
Oggi è dominante una concezione dell’uomo e della società fondata sulla teorizzazione della diseguaglianza e del dominio dei forti sui deboli, con la conseguente competizione sfrenata tra gli individui. A lato vigono il culto del Pil come unica misura del benessere e della ricchezza e la spinta ossessiva al consumo di beni sofisticati ma spesso inutili e inquinanti.
Per una coerente risposta si devono riprendere i valori degli ideali del socialismo, concepito non come un modello di organizzazione sociale, ma, appunto, come un insieme di valori che delineano una visione contrapposta a quella liberista e che vanno inverati in concreti progetti di riforma nelle diverse fasi storiche.
Storicamente, il valore fondante del socialismo poggia su un concetto basilare: non vi è giustizia e una comune umanità quando l’organizzazione della società è strutturalmente così costituita da consentire agli uni di sviluppare la propria personalità nel benessere e da mortificare, soffocare o addirittura distruggere la personalità degli altri. E’ l’utopia dell’eguaglianza.
Quell’insieme di valori, che assumono la natura di principi costitutivi del socialismo del XXI secolo, vanno definiti con una scelta tra alternative di fondo.
La prima alternativa riguarda la disponibilità o meno a evitare l’impiego della violenza come arma del potere in un mondo fragile dove accanto a una grande potenza tecnica è cresciuto il rischio per la sicurezza.
La seconda alternativa è quella tra decisione e responsabilità quando si definiscono i criteri di scelta dei fini della politica: cioè tra il principio decisionista, in nome dell’efficienza immediata, o, appunto, il principio di responsabilità in nome dell’efficienza a lungo termine. Su questo tema il filosofo Hans Jonas ha svolto considerazioni illuminanti. Il decisionismo odierno è orientato all’affermazione della potenza, dell’interesse, della proprietà del più forte: l’opposto della riproposizione di un intervento pubblico finalizzato al potenziamento della sfera pubblica, al rafforzamento della democrazia, all’esercizio della “responsabilità collettiva” in ordine alla realizzazione del “bene comune”. ( Laura Pennacchi: La moralità del welfare ).
La terza alternativa riguarda il principio di esclusione o di inclusione. Si tratta di scegliere se fare riferimento a recinti per procedere al riconoscimento di “noi” e degli “altri” o se riferirsi a includere tutta l’umanità come soggetto unificato all’interno dell’unico recinto planetario.
L’ultima alternativa è quella tra il perseguimento dello “sviluppo” e la cultura del limite, cioè tra la convinzione della potenziale inesauribilità delle risorse disponibili e della disponibilità senza limiti del loro sfruttamento e la consapevolezza del carattere non infinito del Pianeta , del suo carattere limitato che porta all’impraticabilità dell’idea di sviluppo prevalente fino ad ora. ( Marco Revelli: Sinistra Destra ).
Se siamo consapevoli che la storia non prefigura in se stessa alcun destino per le formazioni sociali, siamo però convinti che nella storia la porta è aperta a una azione politica consapevole.
La sinistra deve cogliere l’occasione storica di promuovere vie di uscita di stampo socialista dalla grave crisi del supercapitalismo, per dare un senso alla società e vincere la condizione di insoddisfazione diffusa, di incertezza, sfiducia e timore del futuro, che sono proprio una perdita di senso.
I principi costitutivi per questa azione possono essere “ l’equilibrio economico”, la “coesione sociale”, “l’umanesimo radicale democratico”.
L’equilibrio economico
E’ il principio che deve sostituire quello della crescita economica.
Seguendo il linguaggio della termodinamica, si può dire che l’economia trasforma energia utile per l’uomo in energia non più utilizzabile.
Se il primo principio della termodinamica garantisce la conservazione dell’energia, il secondo principio afferma che l’energia possiede una qualità per cui nei processi di trasformazione l’energia tende spontaneamente a degradarsi passando man mano a forme meno pregiate fino a diventare una scoria non più utilizzabile. L’entropia è appunto una funzione fisica che misura l’energia non più disponibile. In un sistema chiuso e isolato, come l’universo, ogni aumento dell’entropia è accompagnato da una diminuzione dell’energia disponibile. Questo concetto fu espresso dallo scienziato R. Clausius con il famoso enunciato alternativo del secondo principio della termodinamica: “ l’entropia dell’universo è in continuo aumento “.
La condizione di equilibrio è compatibile, quindi, con una economia in stato stazionario, di non crescita, mentre è chiaramente incompatibile con il supercapitalismo identificato con il processo di accumulazione.
L’equilibrio entropico richiede che l’economia assicuri per il futuro la conservazione delle risorse che costituiscono il capitale naturale. Senza una riforma il capitalismo non persegue l’equilibrio entropico. Le sue motivazioni per il successo, cioè il profitto, consistono nella possibilità di ricavare dalle risorse del lavoro e da quelle della natura, entrambe ridotte a merce, il massimo di produzione possibile per l’accumulazione .Ecco la ragione per una profonda riforma del capitalismo verso un sistema competitivo teso all’accumulazione di tecniche e conoscenze. La politica democratica deve spostare le motivazioni del capitalismo da un processo sociale nel quale la produzione ha come scopo non la soddisfazione dei bisogni della società, ma esclusivamente la valorizzazione del capitale per la creazione del plusvalore – vale a dire l’accumulazione quantitativa – verso un processo di perfezionamento qualitativo. Il capitalismo, con l’intelligenza dell’innovazione creativa, cessi di essere un fine della società attraverso una svolta culturale, per diventare uno strumento , un mezzo, di sviluppo equilibrato della società stessa.
Negli ultimi cinquanta anni il pianeta ha perso il 25% del suo suolo fertile, un terzo delle foreste,un terzo delle risorse. Procedendo a questo tasso di consumo arriveremo in un tempo non lontano a esaurire le risorse naturali fondamentali. E’ dunque un problema di sopravvivenza del genere umano così come è organizzato, di fronte alla pazza economia del suicidio,
Il compito della scienza e della tecnologia deve puntare ad aumentare la produttività delle risorse naturali per minimizzarne l’usura, purtroppo inevitabile.
Il programma della politica democratica, attraverso l’intervento pubblico, deve quindi tendere ad un nuovo compromesso con un nuovo capitalismo, analogo a quello della prima metà del secolo scorso che ha prodotto il Modello sociale europeo, lo Stato Sociale.
L’economia dell’equilibrio non può tollerare che oltre sei miliardi di persone, cioè l’intero genere umano, vivano come oggi vivono le classi medie in Europa e negli Stati Uniti; l’alternativa sembra essere : o una più ampia parte del genere umano dovrà continuare a essere esclusa dai benefici del benessere, o lo stile di vita del mondo occidentale dovrà necessariamente cambiare.
La seconda alternativa è comunque una strada obbligata. Dovrà arrestarsi la crescita dissennata per i consumi con una attenta presa di coscienza che orienti le scelte personali verso cosa contribuisce in misura maggiore alla felicità personale, mettendo in crisi il cosiddetto consumismo, per ritrovare un giusto rapporto con le cose comprate, ingoiate, sciupate, gettate con incredibile leggerezza per tanti anni e recuperare le virtù della parsimonia e della sobrietà. Le politiche fiscali, in proposito, dovrebbero essere adeguate.
Quanto alla prima alternativa, si può evitare con una redistribuzione delle risorse tra i paesi più ricchi e quelli più poveri del mondo, essendo impraticabile la pretesa che i paesi poveri arrestino la crescita quando intravedono il miraggio di un riscatto dalla povertà al cospetto dell’esempio del mondo occidentale.
La prospettiva può essere quella di un periodo di crescita intermedia verso obiettivi di benessere accettabili. Gioverebbe a questo scopo la regia consapevole di un organismo internazionale largamente condiviso e dotato di poteri strategici fondamentali.
L’economia del dono e la cooperazione si pongono come presupposto naturale di una nuova economia che, anche attraverso le reti telematiche e Internet, favorisca il trasferimento ai paesi poveri delle capacità tecniche necessarie al loro sviluppo.
Le politiche energetiche, orientate dall’intervento pubblico, dovranno essere adeguate alle esigenze dell’economia dell’equilibrio.
Si deve prendere atto che è al tramonto la seconda rivoluzione industriale durante la quale l’economia si è basata sullo sfruttamento dell’energia dei combustibili fossili e di quella della fissione nucleare. E’ noto che la velocità di crescita degli effetti sull’ambiente della combustione dei fossili è addirittura maggiore della stessa velocità dell’esaurimento delle loro scorte.
Si dovrà puntare a una nuova rivoluzione industriale basata sullo sviluppo delle energie rinnovabili, sull’utilizzo dell’idrogeno, su sistemi di trasporto elettrici che usano pile combustibili. Uno sguardo dovrà essere indirizzato verso la tecnologia dei reattori a fusione nucleare, capaci di ricavare energia dalle stesse reazioni termonucleari che nel Sole producono l’energia che viene irradiata fino alla Terra , e che presentano molto meno problemi per la sicurezza.
La coesione sociale
Insieme all’equilibrio ecologico, la coesione sociale rappresenta l’altra risposta alle minacce al rischio di sopravvivenza e alla disgregazione che si presentano di fronte al futuro della società dei nostri tempi.
Oltre all’uso indiscriminato delle risorse naturali, la società capitalista ha proceduto allo svilimento del lavoro umano con conseguenze che configurano un attacco alle basi stesse della democrazia.
Se lo sviluppo tecnico ha consentito una liberazione del lavoro dalle rigidità connesse all’organizzazione di tipo fordista dei processi di produzione, il lavoro stesso è diventato oggetto di una mercificazione che nelle varie forme di flessibilità e di precariato ne ha consentito il controllo al supercapitalismo.
Fin che si perseguirà la crescita capitalistica, minimizzare il costo del lavoro e i suoi diritti sarà la stella polare per massimizzarla.
Occorre quindi rivalutare alcune idee proprie della sinistra: “ l’idea del lavoro come peculiarità umana, la pratica della solidarietà come fattore di coesione, la lucidità nell’analisi del reale, la moderazione minimalista nei consumi, il rispetto delle cose e delle persone.” ( Raffaele Simone: Il Mostro Mite, pag. 151 )
Con il modello sociale europeo “ alcuni beni fondamentali – salute, istruzione, adeguatezza del reddito nell’età anziana – erano stati erogati attraverso servizi pubblici….Qui il trittico della modernità – eguaglianza, libertà, fraternità – si è tradotto in un vocabolario di moralità politica propriamente europeo, fatto di parole chiave come persona, rispetto, dignità, capacità, autoregolazione “. ( Laura Pennacchi: La moralità del welfare, pag. 5 )
“ Un progetto di libertà e, al tempo stesso, di solidarietà; in breve una concezione di giustizia sociale. “ ( S. Veca: Valori, culture, libertà ).
Con queste ispirazioni va impostato un programma complesso che operi in molte direzioni: “ forti politiche redistributive e drastica riduzione dei livelli di disuguaglianza; definizione di un nuovo inventario di beni comuni, su tutti la conoscenza; rafforzamento delle funzioni politiche e dell’intervento pubblico nella regolazione economica; costante correzione delle asimmetrie del mercato e controllo delle sue derive speculative; riforma dello Stato sociale per aumentarne l’efficienza e la complessità, non per ridurne la portata; sistemi informativi che consentano una libera formazione di una opinione pubblica, su scala locale e globale; ripristino e costituzione di istituzione e poteri di carattere democratico “. ( Fabio Mussi: Lezioni americane. ) .
E’ evidente che i tre principi costitutivi accennati per un nuovo quadro politico – economico richiedono una programmazione strategica, un sistema di decisioni politiche orientate alla definizione degli obiettivi e dei progetti, con lo Stato in grado do offrire alle imprese e ai mercati le infrastrutture e i servizi che servono per i progetti e gli obiettivi definiti, mentre mantiene il controllo delle regole indispensabili al corretto funzionamento dei mercati stessi.
Umanesimo radicale democratico
Oltre al bisogno di sicurezza fisica e sociale, l’uomo deve vincere la passività esistenziale rispetto al proprio destino e a quello della società in cui vive.
L’affrancatura della cultura dalla religione e la ricerca di un senso immanente e laico della vita, con l’Illuminismo, ha costituito un salto nella modernità della società umana e il presupposto per una ricerca sul significato dell’esistenza.
Questa ricerca è stata distorta dal potere del denaro che ha ridotto quel significato alla passione per l’accumulazione insensata e la crescita impossibile, che sono le basi dell’utopia capitalista che fa apparire come fini quelli che sono soltanto mezzi.
Un contributo alla ricerca sul senso dell’esistenza è venuto dalla Scuola di Francoforte, un gruppo di intellettuali, filosofi, sociologi ( tra cui Adorno e Marcuse ).
Partendo dall’analisi della società tecnologica e delle degenerazioni totalitarie ( nazismo, fascismo, stalinismo ) essi elaborarono una teoria critica della società capitalistica trovando i loro interlocutori nell’Illuminismo da un lato, e in Hegel e il marxismo dall’altro. Essi individuarono la struttura repressiva del capitalismo più nell’inibizione della naturale pulsione dell’uomo alla felicità che nello sfruttamento economico, così sottovalutando però le implicazioni sociali dei rapporti di produzione
E’ significativa la loro critica del capitalismo moderno che considera gli esseri umani alla stregua di oggetti, privilegia la quantità rispetto alla qualità, impone nel campo del sociale le uniformità eliminando le individualità e le differenze. Da qui il concetto di “ democrazia autoritaria “ per spiegare la conseguente alienazione dell’uomo moderno.
Un altro importante contributo è quello dell’opera di Amartya Sen, economista e filosofo indiano, che può essere definita approccio dello “ sviluppo umano “.
Approfondendo il tema del benessere, Sen si è orientato allo studio della misura delle ineguaglianze e della povertà, e alle loro cause. Sen ridefinisce il concetto stesso di benessere, che non significa soltanto la disponibilità di beni e servizi, ma la capacità effettiva per gli individui di procurarseli, come pure il concetto dei diritti che deve comportare la possibilità concreta di esercitarli insieme all’attribuzione della loro titolarità.
Ne consegue una visione molto ricca della persona e della sua complessità, articolata nei requisiti di libertà, solidarietà verso un umanesimo radicale.
I teorici dello sviluppo umano si basano su una concezione del benessere che non si fonda sul valore del Pil, il prodotto interno lordo, e sulla valorizzazione del lavoro come base della cittadinanza, un soggetto prezioso da inserire in un quadro di protezione collettiva.
Pur non sottovalutando che i redditi individuali siano importanti per lo sviluppo umano, l’invito è a concentrarsi sui fini dello sviluppo stesso, oltre che sui mezzi, che per Sen è inteso come libertà non solo individuale ma anche impegno sociale per la rimozione degli ostacoli: “ la miseria come la tirannia, l’angustia delle prospettive economiche, la privazione sociale sistematica, la disattenzione verso i servizi pubblici come l’intolleranza o l’autoritarismo di una stato repressivo “.
5. Conclusioni
La via d’uscita dalla grave crisi economico – finanziaria, prodotta del neoliberismo imperante, non è una via d’uscita dal modo di produzione capitalistico.
In presenza delle condizioni date, l’obiettivo possibile della sinistra deve essere quello di una riforma degli aspetti perversi dello sfrenato liberismo, della sregolatezza finanziaria e l’indifferenza verso i diritti umani e quelli della natura, con gli strumenti della politica democratica, l’attento controllo e indirizzo politico.
Non paiono arrivati allo sbocco gli esiti previsti da Marx nella sua analisi sugli sviluppi del capitalismo: una formazione economica non perisce fin che non siano sviluppate tutte le forze produttive cui può dar luogo perché una società “ non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali del suo svolgimento “ ed è necessario lo sviluppo universale del capitale per creare le condizioni materiali di produzione che sole possono costituire le basi reali di una forma superiore di società.
Il capitale e i capitalismi hanno finora prevalso sulle forme alternative di produzione e di organizzazione sociale collettiviste, sperimentate e poi fallite.
Cosicché fin che non ne emergeranno delle altre dal travaglio della storia e non soltanto dall’immaginazione degli utopisti, che possano essere considerate “forme superiori”, perché in grado di garantire il superamento delle contraddizioni attuali, compito della sinistra sarà operare per uno sviluppo sociale meno antagonistico, meno intollerabilmente ingiusto e meno disastroso per il nostro ambiente naturale, e per un avvenire più felice per l’uomo.
Bibliografia
Theodor Adorno: Dialettica dell’Illuminismo
Norberto Bobbio: Destra e Sinistra
Guido Carandini: Un altro Marx
Zigmunt Bauman: Dentro la globalizzazione
Adalberto Minucci: La crisi generale tra economia e politica
Laura Pennacchi: La moralità del welfare
Robert Reich: Supercapitalismo
Marco Revelli: Sinistra Destra
Giorgio Ruffolo: Lo specchio del diavolo
Giorgio Ruffolo: Il capitalismo ha i secoli contati
Amartya Sen: Lo sviluppo è libertà
Raffaele Simone: Il Mostro Mite
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Condivido molto l'analisi
Condivido molto l'analisi fatta. Aggiungerei nella bibliografia il testo ( putroppo oggi quasi introvabile) di Michel Albert ( accademico di Francia, estensore pel Piano economico della Francia di Mitterand)"Capitalismo contro Capitalismo" Il MULINO-contemporanea, dove viene ben analizzata la superiorità (purtroppo perdente per gli stessi motivi indicati nel Mostro Mite di R. Simone) del modello del "capitalismo" sociale di mercato della socialdemocrazia europea, rispetto al capitalismo di Reagan e della Thatcher.
Credo sia estremamente importante ribadire che dall'attuale neocapitalismo non si esce con le utopie, ma con un forte ripensamento alla economia sociale di mercato ed al ruolo degli Stati nel regolare il mercato come, con grande chiarezza, tratteggiato nel documento fondativo della socialdemocrazia tedesca nel 1959 a Bad Godesberg.
alberto ferrari