di Claudio Fava
Gio, 06/05/2010 - 05:30
Cari compagni, oggi dovremo assumere decisioni importanti, ma vogliamo anche partire da questo nostro tempo, condividerlo, comprenderlo cominciando da una valutazione che immagino sarà anche la vostra. Non sono stati giorni entusiasmanti, questi, perché all’interno della direzione della Pdl non è andata in scena soltanto la rissa , sono volati anche gli stracci di questa nazione. Una crisi istituzionale: il presidente della camera e il capo del governo che litigano, che danno un senso domestico, privato, anche un po’ scurrile e banale del senso alto che dovrebbero conservare sempre le istituzioni e la politica.
Tutto in perfetta continuità di comportamenti, se è vero – come abbiamo letto questa mattina - che il geometra di Berlusconi è diventato assessore nella giunta regionale della Lombardia.
Abbiamo fatto quasi l’abitudine a questo senso domestico, condominiale di una destra che pensa di poter mettere in piazza tutto, come se ogni straccio che vola fosse sempre un contributo ad una bella e buona discussione politica. Ma non è stata una bella giornata nemmeno per noi perché questa crisi all’interno del Popolo delle Libertà non è avvenuta per la capacità del centrosinistra di incalzare la coalizione di governo. È esplosa per una opposizione interna alla destra anche se adesso gli effetti si riverseranno tutti addosso al Paese, addosso all’Italia. La conseguenza principale è che viene sepolto il bipolarismo. Il bipolarismo non è una invenzione di Berlusconi, arriva con Berlusconi, ma arriva con una scelta convinta, consapevole, ben motivata alla quale ha aderito la maggior parte di noi. L’idea, cioè, di un processo e di un sistema politico semplificati al quale abbiamo consacrato 15 anni di discussione e di algebra politica per mantenerlo in vita. Mi sembra che nel gesto di Fini, nella rottura plateale che c’è stata, nelle cose che abbiamo ascoltato ci sia la fine anche di questa stagione.
Il Pd, nei giorni precedenti a quella direzione e nelle ore immediatamente successive si è accontentato di fare il tifo per uno dei contendenti, assumendo in questo su di sé la responsabilità di una netta dismissione rispetto alla politica. Quando la politica di una parte in campo si riduce all’esercizio del tifo rispetto alla controparte, è chiaro che non c’è più politica, c’è solo uno spettacolo del quale si aspettano gli esiti. Poche ore dopo quella direzione Bersani si interrogava preoccupato, una preoccupazione che non riusciamo a comprendere né a condividere, su cosa sarebbe accaduto alle riforme, chi le avrebbe fatte adesso che il Pdl non è più in condizione di garantire linea e direzione di governo, accettando così un terreno presunto di confronto, una sorta di parodia della politica e cioè l’idea che queste riforme istituzionali siano davvero il luogo in cui si costruisce il senso della politica dei prossimi anni. L’Idv invece si è interrogata immediatamente, obbedendo anche a un istinto che le appartiene da tempo, sul tema della leadership : stabiliamo subito modalità, forme, cammini per arrivare all’indicazione di un nostro candidato alle prossime elezioni. Come se davvero fosse questa la scelta su cui fondiamo una alternativa.
Noi invece pensiamo che il problema oggi in Italia non sia solo quello della leadership. L’offerta politica è ormai legata alla divaricazione tra il paese reale e la rappresentazione che di questo paese ne fa la destra. La destra rappresenta una Italia che non esiste ma la rappresenta bene. Non esiste l’Italia del Lodo Alfano , non esiste l’Italia del processo breve, non esiste l’Italia dell’”utilizzatore finale”. Esiste nella rappresentazione convincente e convinta che ne ha fatto la destra in questi anni. Poi c’è il paese reale che ha una sua materialità fatta di interessi, sofferenze, di attese, pretese, proposte… e che noi non siamo stati capaci di interpretare, non siamo stati capaci di dargli voce. La materialità del paese, facciamo un esempio di questi giorni, è nella precarizzazione del lavoro: scopriamo dalle parole di Marchionne che la Fiat intende rispolverare per lo stabilimento di Pomigliano il vecchio modello Melfi, 18 turni settimanali con una flessibilità assai punitiva, estrema, con l’intenzione di scaricare sulle spalle e sulla pelle degli operai il prezzo per mettere nuovamente in riga il ritmo della produzione. Di fronte a questa precarizzazione del lavoro, di fronte a un modello industriale che pensavamo fosse obsoleto e che invece torna ad essere l’unica alternativa al piano B, ovvero smontare Pomigliano e rimontarla in Polonia, di fronte a tutto questo noi a Pomigliamo perdiamo egualmente l’elezioni. Dopo aver governato trent’anni. Il paese reale, materiale, non ci riconosce più.
E veniamo a noi, a SEL. La domanda di fondo che dobbiamo farci oggi e che ci facciamo in questi mesi è semplice: a che serve in questo panorama politico Sinistra Ecologia e Libertà? Lo chiedo a Sinistra Democratica che da tre anni è in campo, in trincea, rivendicando con convinzione un progetto , una missione, una idea forte, e cioè che sia possibile ricostruire una grande forza della sinistra italiana. Sinistra Ecologia e Libertà serve soltanto a questo? Serve a ricompensare l’intuizione che abbiamo avuto tre anni fa? Dovrà servire soltanto a noi di SD? La risposta è no! Sinistra Ecologia e Libertà o serve al Paese o non serve. E perché serva al paese dobbiamo provare a utilizzare questa occasione per interpretare la materialità di una nazione che è rimasta senza voce, per darle senso e rappresentanza istituzionale. Non da soli, naturalmente, ma con tutto ciò che esiste in questo paese e che esprime una sinistra concreta e radicata: associazioni, movimenti , fondazioni, storie individuali, militanze che hanno lasciato comunque una loro traccia nel paese.
Possiamo dire di aver raggiunto il nostro scopo come Sinistra Democratica nel momento in cui assieme a SEL assumiamo su di noi il compito di questo sfida? Abbiamo risolto ogni nostro dubbio? Abbiamo vinto la sfida che ci eravamo dati il 5 maggio di tre anni fa? In altre parole: SEL è già tutto questo? La risposta è no! Non ancora, almeno, e sarebbe stato irrealistico pensare il contrario.
C’è stato un 5 maggio del 2007 e poi c’è stata la primavera dell’anno dopo, una primavera che non ha rappresentato soltanto il punto più basso di consenso e di senso politico della sinistra, ma che ha costituito una brusca frenata sul processo che il 5 maggio era partito con una ambizione forte, con una determinazione forte, forse con qualche punta di ingenuità. Bene, compagni, io penso che il merito di SD sia stato proprio questo: assumere il voto delle politiche di due anni fa e non arrendersi, ritenere che quella direzione di marcia andava percorsa fino in fondo, ritenere che occorreva andare avanti senza arrendersi anche all’esito non certo felice dei congressi degli altri partiti della sinistra. Noi abbiamo avuto la responsabilità di dire a Chianciano che si continuava, che si andava avanti, che la ragione per cui eravamo nati un anno prima non veniva dichiarata estinta dal voto delle politiche.
E abbiamo avuto anche un altro merito , un merito più importante perché è stato più difficile da conquistare e consolidare sul campo quotidiano del lavoro politico. Il merito della nostra autonomia. Lo abbiamo questo merito perché abbiamo preservato la nostra autonomia dalle molte lusinghe, a volte anche un po’ misere, un po’ offensive, dagli agguati che sono arrivati in questi anni da quanti ci dicevano, a volte con stupore, a volte con fastidio: ma davvero voi pensate di poter restare un autonomi, davvero pensate di poter evitare di tornare alla casa madre, di confluire naturalmente nel grande fiume del partito democratico? Pensate davvero che l’intuizione del 5 maggio possa continuare ad essere esercitata nonostante lo sbarramento elettorale, nonostante il bipartitismo sul quale il Pd si era schierato, nonostante condizioni istituzionali e politiche che negavano questo nostro diritto? Io credo che sia stato importante saper dire di no, sapere dire che quel progetto restava in campo e che restava in campo nanzitutto forte della propria autonomia.
In questa coerenza, la lealtà verso noi stessi, verso la nostra scelta io rivendico il merito principale di SD che tra la coerenza e la convenienza ha scelto la coerenza. La convenienza era a portata di mano, quante volte ce lo siamo detti, quante volte ce lo hanno detto... La capacità di dire: noi restiamo qui, in funzione della nostra autonomia ma anche di una scelta che abbiamo fatto e che non abbiamo mai rinnegato il 5 maggio di tre anni fa, una scelta che avevamo fatto già negli anni precedenti quando avevamo pensato che ci fosse spazio e necessità per una forza autonoma della sinistra in questo paese. Abbiamo conservato intatto il nostro progetto di ricostruire la sinistra e lavorare per l’alternativa , di restituire senso e voce alla materialità di questo paese… Penso che sia stato merito di ciascun militante di SD, penso che sia merito del gruppo dirigente e del coordinamento. Ma credo che un merito incontestabile vada riconosciuto a Fabio Mussi, al modo in cui il 5 maggio ci indicò un percorso che sapevamo sarebbe stato difficile e faticoso, e che questo percorso con noi ha custodito nel corso di questi anni. Penso, tornando indietro nel tempo, che dobbiamo molto anche al congresso di Pesaro e a Giovanni Berlinguer che fu candidato a qualcosa che era più ambizioso, più ampio di ciò che sarebbe poi stata SD. Ricordo il lunghissimo applauso che salutò la fine dell’intervento di Giovanni, e quell’applauso poteva essere letto in molti modi, una dimostrazione di tono muscolare, un modo per mandare a dire alla maggioranza di quel partito quanto fossimo determinati, convinti, vitali, quanto fossimo numerosi, quanto fiato avessimo ancora nei polmoni per continuare dire “qui siamo, qui restiamo, qui continuiamo la nostra battaglia!”. Ma non c’era solo questo, in quell’applauso. C’era anche l’orgoglio di dire che la nostra è una grande storia collettiva, la storia di una sinistra e del modo in cui quella sinistra può inverarsi giorno per giorno nell’azione, nei gesti e nella pratica della politica.
Il lavoro di questi due anni è stato faticoso perché partiva da quelle premesse, partiva da quelle intenzioni. È stato faticoso perché questo è stato un tempo in cui molte piccole patrie si sono ricollocate ciascuna al proprio posto. All’inizio, dopo quelle elezioni, abbiamo visto quanti si sono esercitati a tirare di nuovo su steccati, quante bandiere sono state rispolverate ed esposte, quanti campanili ciascuno dei quali rappresentava un punto fermo dal quale era difficile muovere e agitare la discussione della politica. SD, è un merito oggettivo tra le tante fatiche e anche tra le asprezze e le ingenuità che abbiamo conosciuto in questi anni, questo tempo se lo è preso tutto sulle proprie spalle. Mentre altrove c’era il tentativo, anche comprensibile , di rifondare piccole patrie, SD ha detto: apriamolo, questo cantiere della nuova sinistra, cominciamo a riempirlo di segni che siano significanti, cominciamo a mettere attorno ad un tavolo - come è accaduto il 20 settembre di due anni fa - compagni e compagne, molti dei quali e delle quali ritroviamo oggi in SEL e che senza alcuna regia ma con una intuizione sostanziale si sono detti attorno a quel tavolo che occorreva costruire un nuovo vocabolario della sinistra perché quello che avevamo utilizzato fino al giorno prima non aveva più senso, le nostre parole avevano perduto il loro fiato, non avevano più capacità di seduzione. E di fronte al tentativo di riorganizzare per famiglie, per patrie, per recinti il campo della sinistra, il nostro è stato un lavoro complicato e difficile. Ce lo siamo assunto con senso di responsabilità e anche con qualche momento di solitudine. Abbiamo voluto il 13 dicembre all’Ambra Jovinelli un altro passo avanti. Siamo andati alle elezioni europee e subito dopo abbiamo spalancato molte altre porte strette, quando i verdi hanno perduto il loro congresso, quando i socialisti sono andati via e quando qualcuno, anche tra noi, aveva pensato: qui si chiude la storia. Come se davvero il nostro viaggio partito il 5 maggio di tre anni fa e, ancor prima, da quel bisogno di sinistra che avevamo costruita all’interno dei Ds fosse appeso alla somma delle sigle, alla somma dei destini e delle scelte individuali di alcuni segretari.
Quante direzioni ci hanno visti assieme a dire SEL non appartiene a Claudio Fava nè a Nichi Vendola nè al segretario del partito socialista o a quello dei verdi . SEL, dopo le elezioni europee, dopo averla affermata come un percorso, un laboratorio possibile, appartiene al Paese. Non soltanto a quel milione di persone che ci hanno votato ma anche a quelli che non ci hanno votato e che reclamano la necessità, l’urgenza per questo paese che alla sinistra venga riconosciuto un diritto di cittadinanza e una responsabilità politica. Quante volte ci siamo ritrovati per dire: si va avanti comunque, anche se c’è il segretario di un partito che fa il furbo. Perché ciò che stiamo facendo non è la somma algebrica delle storie personali di ciascuno di noi. È qualcosa di più compiuto, di più ambizioso, di più complesso che parla al paese e non solo a noi.
Certo che a questo punto qualcuno si chiederà , ed è una domanda legittima quando un percorso si compie per poi ritrovarsi in una storia più vasta, qualcuno oggi dirà: “ma non si sta meglio in SD?” La risposta può essere facile: sì, si sta meglio quando si sta fermi in rada con l’ancora che pesca sotto la nave immobile. Ma è come quelle navi finte, piene di legni e ottoni lucidi, sembra una bella nave ma in realtà non navigherà mai. È chiaro che non navigare può essere una scelta più confortevole ma ci condanna a restare fermi e a contemplare noi stessi. Noi abbiamo scelto di lasciare questo porto, e SEL non è l’approdo, non è il punto di arrivo. È il senso della navigazione.
Ciò che stiamo facendo adesso è una ricerca che continua pur sapendo di violare alcune mitologie che avevano ed hanno la loro sacralità. Eravamo convinti della necessità di superare le culture politiche del secolo scorso e che ciascuno di noi debba trovare dentro di sé quella cifra di senso politico che può chiamarsi comunismo o socialismo, ma che era tempo di impastare i segni che queste culture avevano lasciato lungo tutto il secolo. Quante volte lo abbiamo detto e quanta fatica c’è stata per tentare di fare capire che tutto questo non era un arretramento rispetto alla forza e alla nobiltà di quelle culture? Era lo sforzo di una ricerca che voleva produrre altro da sé.
Con SEL abbiamo già attraversato un tratto di mare, un milione si voti alle europee, le regionali che sono andate male per tutti ma che comunque ci indicano, attribuendoci una responsabilità in più, come la terza forza del centrosinistra. Lo straordinario successo di Nichi in Puglia. Straordinario non solo per le condizioni in cui è maturato, ma anche per la qualità del linguaggio, della proposta politica che ha prodotto e che ha fatto diventare Nichi una risorsa per la politica italiana non soltanto per il centrosinistra, facendo di quella esperienza, dei linguaggi applicati in quella esperienza non soltanto una ricchezza per SEL, ma anche una forza, una ricerca, un bisogno di nuove forme e linguaggi che oggi mettiamo a disposizione della politica. Nichi ha inventato le fabbriche, un luogo aperto e plurale per definizione che non sono in antagonismo con SEL ma che restano l’interlocutore naturale.
Adesso ci domandiamo cosa serva per produrre offerta politica, per dare voce al paese reale. Serve la politica, una politica che sia piena, densa, senza reticenze. Una politica che sceglie da che parte stare, con quali proposte, con quali principi. Una politica che mette in campo le proprie idee e non se ne vergogna. Una politica che accetta di lanciare la propria offensiva in mare aperto.
Ma serve anche un modo per dare organizzazione a questa politica. E forse serve anche un partito, senza i difetti dei nostri vecchi partiti. Occorre ripensare alla forma partito senza liquidarla. Darle quell’impianto culturale che altrimenti è mancato, perché se viene meno la forma partito rivisitata nelle sue funzioni, nei suoi valori, nei suoi meccanismi di funzionamento, l’alternativa è solo la deriva plebiscitaria. E la deriva plebiscitaria a me preoccupa, a destra come a sinistra. La deriva plebiscitaria non è la risposta alle insufficienze dei partiti e della politica italiana: è solo una scorciatoia che mette da parte non solo la democrazia ma anche le forme e gli strumenti di partecipazione alla vita politica.
In altre parole serve una nuova forma dentro la politica che si porti dentro le cose buone e giuste della nostre vecchie storie. E io ne cito una per tutte una: quella di essere una comunità. Lo ricordava Scalfari qualche giorno fa, scrivendo che alla fine la sinistra non è più radicata nel territorio non perché non abbia più aperto un numero sufficiente di sezioni ma perché non c’è condivisione tra la vita materiale dei dirigenti e quel popolo che noi immaginiamo di rappresentare, e quindi non è una questione di vecchi e giovani, di nord e sud, ma della condivisione che può produrre soltanto l’essere una comunità politica.
Ed è questo il limite del Pd. Il Pd non è una comunità perché è incapace di porre la forza di un grande sogno collettivo, che magari abbia un suo grado di difficoltà ma anche la capacità di entusiasmare ed appassionare. Hanno lasciato a Fini persino il lusso di assumere su di sé alcune ragioni di opposizione al governo Berlusconi che dovrebbero stare invece tutte nelle parole del Pd. Pensate al loro balbettio su questa grande e bella storia di democrazia che è la battaglia per l’acqua pubblica. Non è una questione di parte politica, la battaglia per i beni pubblici, per affermare l’indisponibilità dei beni pubblici, la loro incensurabilità, il fatto che devono stare fuori da una logica di mercato, che non possono subire le tare di un mercato privato che pretende di mettere un prezzo a tutto… C’è un referendum proposto dal Forum dei movimenti per l’acqua che, per altro, è stata una grande esperienza di esercizio di responsabilità, non soltanto di democrazia, un referendum che ci vede impegnati come SEL. Il Pd dice di guardarlo con simpatia, ma senza impegnarsi. Hanno assunto il termine “simpatia” come categoria della politica.
Ecco: la simpatia è proprio la mancanza di sogno. La simpatia è: vorrei ma non posso, dico alcune cose ma altre le lascio in tasca perché non ho la possibilità di dire fino in fondo quello che penso sulla necessità di tutelare i beni pubblici di questo paese. E la furba prudenza di Chiamparino che in questi giorni ha evocato un‘altra categoria della politica: la torinesità negli assetti di Banca Intesa. Dando ragione a Bossi che chiede di nominare i presidenti delle banche del nord. Più che una mossa da federalismo è una mossa da furbizia di paese. Se dovesse prima o poi passare davvero la trovata di territorializzare il credito, verrebbe meno l’idea di solidarietà di questo paese e con essa verrebbe meno l’unità stessa dell’Italia. Altro che i festeggiamenti per i 150 anni della nostra unità nazionale! Quella del Pd è la prudenza sottomessa di un partito che ha accettato sotto dettatura l’agenda delle priorità del paese a partire dalla giustizia.
Abbiamo fatto bene, a questo punto la domanda è d’obbligo, a lasciare a Firenze i Ds, ad accompagnarli con un augurio di grande generosità verso il loro destino? Io dico di si. Ne abbiamo una conferma in più non soltanto per quello che stiamo provando a costruire ma anche per ciò che ha prodotto il PD: la prudenza, l’assenza di ogni passione politica.
SD oggi non scrive il proprio epilogo ma una accelerazione nella propria storia. Decidendo di andare oltre la nostra organizzazione vogliamo mettere a disposizione questi tre anni di lavoro politico alla costruzione di Sinistra ecologia e libertà. Intendiamo farlo senza reticenze, senza riserve mentali. Poniamo, però, due condizioni. La prima condizione si chiama democrazia. Democrazia vuol dire che noi vogliamo che SEL non sia somma ma sostanza, non sia l’incontro tra componenti ma il racconto comune di una nuova sinistra. La seconda condizione si chiama autonomia. Vogliamo lavorare per l’alternativa conservando l’idea che la trasformazione di questo paese non può avvenire attraverso l’abdicazione della sinistra dalla sua funzione, dalle sue capacità di sfida e di sogno.
L’importante è non far precipitare il sogno nel mito, e perché questo non accada occorre che il sogno si nutra e si manifesti ogni giorno attraverso comportamenti, scelte, parole. Penso che non ci sia più spazio per la nostra adolescenza. L’adolescenza di chi aspetta sempre tempi e momenti più adulti e migliori. Fuori da qui ci chiedono tutto e ce lo chiedono subito. E siccome la politica è pane e sale, è il rigore delle scelte ma è anche il coraggio di saperle spiegare agli altri, la nostra proposta oggi è la cessazione dell’attività di Sinistra democratica e lo scioglimento dei suoi organismi. Sapendo che su SD non cala il sipario: si scende dal palcoscenico, si va in platea, ci si mescola all’umanità, si comincia a vivere.
Io devo molto a SD, come ciascuno di voi, perché è stata una storia collettiva importante e condivisa. Devo molto perché dentro questo “molto” ci sono incontri, emozioni, affetti e porto tutto questo con me come un percorso di vita al quale non voglio rinunciare. Dice una poetessa che ogni parola è come un gallo che canta all’alba. Ecco, io penso che questo vada conservato. Più che reminescenze, orgoglio di vecchie patrie, nostalgia di ciò che siamo stati dobbiamo conservare il pudore e il rigore delle nostre parole. Quelle parole, quelle sì, ci faranno compagnia nel viaggio non breve che ci aspetta da oggi.
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Ho aderito a SEL senza
Ho aderito a SEL senza essere stata in SD, pur apprezzando la posizione e l'intento di Mussi e Fava. Condivido pienamente il lungo discorso e gli obiettivi di Claudio Fava del 6 maggio scorso nella speranza di addivenire quanto prima alla costruzione di un partito di SEL con le caratteristiche esposte qui sopra. Condivide con me la mia amica Anna Pugliese, che utilizza la mia e-mail.
Bell'intervento che
Bell'intervento che condivido appieno.
alberto ferrari- SD/SEL Pavia
Mi sembra di cogliere, dal
Mi sembra di cogliere, dal (forse un po' lungo) discorso di Fava una incertezza di cosa faremo da grandi. Sembra che dobbiamo per forza cancellare SD e andare tutti a SEL con il rimpianto nel cuore per l'esperienza vissuta in questi tre anni. Ma vi rendete conto che tre anni in cui la nostra formazione non è riuscita neanche a diventare embrione, sono, per i tempi della politica, un niente? Si coglie veramente il senso di cosa faremo. Se non abbiamo ancora le idee chiare, come ho già ipotizzato altre volte, è meglio che ci diamo dentro (come si suol dire).