di Massimo Roccella
Dom, 31/01/2010 - 23:42
Non sono sicuro che neppure da parte nostra (sul PD non nutro alcuna speranza) si sia compreso sino in fondo il senso delle primarie pugliesi, né soprattutto (posto che invece il significato della lezione pugliese non sia sfuggito) che si sia disposti a trarne coerentemente le necessarie conseguenze politiche.
Al di là dei discorsi d’occasione (tipo “abbiamo vinto tutti”, “adesso tutti insieme contro la destra”, o, meglio ancora, in un crescendo irrefrenabile d’ipocrisia, “nessuno voleva liquidare Nichi Vendola”) è giusto sottolineare innanzi tutto, e prima di pensare a come battere la destra pugliese nelle elezioni di marzo, che le primarie hanno avuto un vincitore (Vendola) e uno sconfitto (D’Alema). Ma in che senso Vendola ha vinto e D’Alema ha perso? Si è trattato di fascinazione personale, di attrazione carismatica, insomma di una scelta puramente emozionale, legata a sentimenti (e risentimenti)? Può darsi che anche questi aspetti abbiano pesato, ma dubito che valgano a spiegare (se non in misura minima) un risultato così schiacciante, tale da consentire all’esponente di una formazione politica quasi inesistente di relegare all’angolo un partito del 30%.
Vendola ha vinto perché nessuno è stato in grado di spiegare in maniera convincente perché mai il presidente di una regione ben amministrata (di gran lunga la migliore del Sud, nonostante un paio di scandali, nati peraltro in casa PD) non avesse il diritto di sottoporre il proprio operato al responso di chi l’aveva eletto; ha vinto perché la parte progressista dell’elettorato pugliese conosce bene ed evidentemente apprezza le politiche portate avanti nel trascorso quinquennio dall’amministrazione Vendola (in campo ambientale a favore delle energie rinnovabili; in materia di lavoro contro lo sfruttamento del lavoro nero; nell’istruzione, finanziando soggiorni all’estero degli studenti più meritevoli e così via); ha vinto infine perché l’idea dalemiana di allargare, (in realtà rovesciare) le alleanze è apparsa - per usare un eufemismo – assolutamente poco attraente.
Dalla Puglia, in definitiva, esce vincente un’idea (dovrebbe essere sempre così, ma sappiamo tutti che così non è più da tempo) che mette i contenuti, i risultati e gli obiettivi dell’azione politica al primo posto. Perde viceversa quell’idea topografica della politica, così intimamente dalemiana, tuttora convinta che gli schieramenti si possano costruire così come si collocano le tessere di un puzzle, persuasa che bisogna organizzare a qualsiasi prezzo la squadra più efficiente per vincere le elezioni (come se si trattasse del campionato di calcio), incurante della qualità dell’azione di governo che coalizioni così concepite sarebbero poi in grado di esprimere (nel caso, del tutto improbabile, che un’offerta politica del genere sia davvero in grado di risultare vincente).
La domanda, a questo punto, è: quel che vale per la Puglia non vale nel resto d’Italia? Vero è che nelle altre regioni Sinistra e libertà non dispone di un leader del calibro di Vendola; ma se la vicenda pugliese non si presta affatto ad essere spiegata in termini di carisma leaderistico, il problema di una politica incentrata in maniera assorbente sui contenuti, rispetto ai quali calibrare alleanze e modalità della presentazione elettorale, non si pone per noi dappertutto negli stessi identici termini?
Per essere ancora più espliciti: che cos’altro occorre per prendere atto che, nonostante le aspettative diffuse (comprensibili: era davvero difficile pensare che si potesse fare peggio dei segretari precedenti), la segreteria Bersani (o D’Alema?) sta comportando per il PD una svolta a destra, basata sul duplice assunto che bisogna spazzare via qualsiasi presenza organizzata a sinistra (perché tanto i voti a sinistra si prendono comunque) e costruire un’alleanza strategica a destra (con l’UDC, incurante del fatto che buona parte dei consensi elettorali di questo partito, e dunque del suo peso politico, dipendono dai voti raccolti nella Sicilia di Totò Cuffaro).
I comportamenti del gruppo dirigente del PD in relazione alle prossime elezioni regionali appaiono coerenti con quel duplice assunto, che si cerca di tradurre in atti politici coerenti ovunque possibile: in Puglia la cosa è andata buca (Bersani, giustamente dal suo punto di vista, ha commentato a botta calda l’esito delle primarie parlando di “una giornata molto amara”), ma forse riuscirà nelle Marche, ove pare non ci saranno problemi ad imbarcare l’UDC, scaricando la sinistra.
I dirigenti del PD sono coerenti. E noi? Veniamo al punto (che mi tocca più da vicino). Vivo a Milano e lavoro a Torino. Se risiedessi in quest’ultima città dovrei votare a marzo per la signora Bresso, la quale - a quanto si dice - ha già promesso all’UDC l’assessorato regionale alla Sanità, sinora retto - a quanto pare molto meritoriamente (e soprattutto senza nessuno scandalo: che sia diventato un titolo di demerito?) - da un esponente di Rifondazione. Dovrei votare - tanto per citare una questione di merito molto rilevante in Piemonte - per chi organizza manifestazioni bipartisan col PDL in favore della TAV in Val di Susa e mostra di avere un’altissima considerazione per chi sta alla propria sinistra, così bene espressa nell’intervista rilasciata al Manifesto del 29 gennaio (“So che fra i nostri c’è qualcuno che ha fra i referenti i No Tav e quindi vuole addolcire la pillola. Ma il nostro sì è una posizione non negoziabile…Se qualcuno non è d’accordo, peggio per lui. Sinistra e libertà ha al proprio interno qualche dubbio? Se lo tiene).
Apprezzo il parlar chiaro, ma non posso non chiedermi: Sinistra e libertà è portatrice di qualche posizione non negoziabile o è disposta ad ingoiare qualsiasi rospo in vista di una presenza istituzionale purchessia?
A Torino almeno resta aperta la possibilità di vincere le elezioni (per far cosa dopo è tutt’altro discorso), tanto più che Bresso pare che stia riuscendo ad allargare la sua coalizione, senza mettere completamente alla porta le formazioni alla sinistra del PD. In ogni caso il problema torinese mi tocca solo come osservatore, dal momento che risiedo (e voterò) a Milano, dove la situazione è decisamente peggiore.
E’ peggiore perché è a tutti noto che il candidato Penati non ha alcuna possibilità di battere Formigoni, men che meno avendo scelto di erigere uno steccato (che sa tanto di anticomunismo ideologico da anni cinquanta del secolo scorso) nei confronti della Federazione della sinistra. A ben vedere, peraltro, allearsi con Penati è cosa molto problematica nel merito. Qualcuno conosce le posizioni di Penati su questioni piccole piccole come la privatizzazione dei servizi pubblici locali, le politiche di tutela dell’ambiente, il ricorso all’energia nucleare? Qualcuno è in grado di assicurare (o almeno di sperare) che un’eventuale amministrazione Penati sarebbe in grado di imprimere una svolta nella gestione della sanità lombarda? Di porre almeno qualche ostacolo al partito degli affari che impazza in Lombardia?
A prescindere da simili interrogativi (mi rendo conto: politicamente scorretti), come si possono dimenticare i danni sul piano culturale, della formazione delle coscienze, di certe affermazioni ed iniziative para-leghiste, in tema di politiche della sicurezza, del Penati presidente della provincia? Lo si può fare solo se si sottovaluta, o si è disposti a trascurare, che qui al Nord la sinistra ha perso la sua battaglia prima di tutto proprio sul piano culturale; e che certo non potrà rimontare la china continuando a sostenere quel pessimo personale politico di marca PD, che ha contribuito da par suo alla diffusione di un senso comune profondamente regressivo.
Da molto tempo ho scelto in cuor mio che non avrei più esercitato il diritto di voto ‘a prescindere’, per mere ragioni di appartenenza. Se un candidato è impresentabile, se non rappresenta neppure una pallida alternativa all’esistente (nella specie al sistema di potere formigoniano) non lo si vota: punto.
La mia opinione è che la questione delle alleanze per le regionali sia troppo importante per le prospettive future di Sinistra e libertà per essere lasciata a scelte dei gruppi dirigenti locali. La questione è di rilievo nazionale e come tale va assunta e trattata dal gruppo dirigente nazionale. Mi auguro che emergano scelte trasparenti, rigorose e coerenti con quella visione della politica che ha portato al successo di Vendola in Puglia. Se poi dovessero prevalere logiche diverse, vorrà dire che me ne farò una ragione: e voterò comunque secondo coscienza.
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Condivido ma mi chiedo,
Condivido ma mi chiedo, quale spazio e quale ambito di riflessioni sulle questioni da te sollevate ci siamo dati ?
Mi pare che il problema reale sia, non avendo anch'io nessuna speranza nei confronti del PD, quale è il progetto di Sinistra e Libertà oggi, come si connota e come possiamo comunicarlo al popolo progressista con efficacia.
Mi pare che si sia completamente assenti, anche nella vicenda Vendola, che senz'altro ha offerto implicitamente delle considerazioni di valore generale, nulla o poco è emerso del progetto di Sinistra e Libertà e del suo essere una "nuova sinistra"
con caratteristiche diverse sia rispetto alla federazione e soprattutto rispetto al PD.
Colpa forse anche nostra, o no ?
Dario Liotta