di Franco Astengo
Lun, 12/07/2010 - 05:51
La crisi economico-finanziaria internazionale è ben lontana dall'essere risolta e la sua gestione da parte di governi di destra, legati al “neoliberismo” anni'80, alla finanziarizzazione dell'economia, al monetarismo puro rischia di renderla assolutamente drammatica, ben più di quanto non appaia agli occhi degli osservatori più avvertiti e di preparare una fase, definita di tipo “giapponese” da parte di alcuni commentatori, contraddistinta da un ventennio di stagnazione (con tutti i rischi per la democrazia che un periodo così lungo di crisi potrebbe comportare).
Sul versante bancario, all'interno dell'Eurozona il sistema rimane in panne, dipendente dai finanziamenti erogati dalla BCE (800 miliardi), senza che sia richiesto alla banche di ripulire i bilanci da sofferenze, svalutazioni ed avviamenti, con ritardo di due anni rispetto agli Stati Uniti nell'eseguire gli stress-test.
In questa situazione,però, pare non esserci alternativa alle banche: i corporate bond sono per pochissimi; le cartolarizzazioni in coma profondo.
Assistiamo anche ad un ulteriore crisi del debito pubblico: il tanto richiamato “intervento pubblico in economia” (ricordate il rilancio del “keynesismo”?) ha mostrato, sempre riferendoci all'Eurozona che rappresenta il punto di riferimento del nostro discorso, la corda dell'impossibilità di trovare risparmiatori che, in queste condizioni, investano in titoli di stato: ci vorranno anni per uscire dalla sbornia accumulata in questa fase ed il macigno si appesantirà quando i tassi torneranno prima o poi a salire.
Sulla strada dell'intervento pubblico in economia sarà necessario cambiare strada e, in questo senso, cercheremo di riferirci schematicamente più avanti.
Esiste poi un ulteriore punto specifico di crisi, riferito alle partite correnti: la domanda interna asiatica si sta sostituendo al consumatore americano come locomotiva del mondo, mentre emerge, sempre all'interno dell'Eurozona un disequilibrio che non appare percepito con chiarezza, riguardante il ruolo della Germania che ha sfruttato l'aumento di competitività a discapito di tutti gli altri partner, Italia compresa.
Emerge così un divario a favore della Germania che potrebbe diventare, a gioco lungo, insostenibile, nell'impossibilitò, a breve, che i tedeschi cambino modello di sviluppo.
Il “caso italiano” (ormai alla retroguardia in Europa, e totalmente collocato “alla periferia dell'Impero”) è, ancora, aggravato dal colossale pasticcio degli Enti Locali, Regioni in testa, che hanno accumulato un disavanzo enorme,a causa di sprechi indotti dal sistema (un “federalismo pasticcione” reso possibile da una legislazione disgraziatissima) e dagli sprechi “soggettivi” di un sistema che ha visto la trasformazione delle Regioni, grazie a fattori politici decisivi quali quelli dell'elezione diretta dei Presidenti e la creazione di veri e propri “centri di potere” loro legati in luogo dei partiti di emanazione sempre più lontani dall'esprimere una capacità di intervento sul piano della cultura politica e dell'espressione di coerenti politiche pubbliche, in soggetti di “spesa” e di “nomina”, in luogo delle prerogative di legislazione dettate dalla Carta Costituzionale ( a questo dato si aggiunga l'elemento del debito, comune a Regione, Province e Comuni, gonfiato da “cartolarizzazioni fasulle” e dalla presenza, estesa, di titoli tossici che rendono i bilanci del tutto fasulli).
Rispetto alle Regioni, proprio per significare meglio la realtà del disastro di questo fasullo federalismo (ricordiamo la fretta insensata sulla modifica del Titolo V della Costituzione, nel 2001), pensiamo al disastro della regionalizzazione del trasporti che ha rappresentato il vero e proprio punto di crollo del sistema ferroviario, con grandissimo danno dei “normali” utenti del treno.
Ma si tratta soltanto di un esempio.
In queste condizioni la destra liberista, al governo in Italia, Germania, Francia e Regno Unito pare non avere altra strada che quella di una ulteriore moderazione salariale, accompagnata dalla crescita delle diseguaglianze, dell'ulteriore riduzione dei margini di un welfare state ormai residuale e dalla, conseguente come accennavamo all'inizio, riduzione degli spazi di democrazia (è su quest'ultimo punto che il “caso Italiano” si colloca in coda: perché si tratta di un liberismo portato avanti da un governo d stampo populista, cui non riesce a contrapporsi minimamente una opposizione di moderato stampo socialdemocratico, ma tutta interna alla stessa logica liberista, cui si accennava, con inutili pretese di impossibile “temperamento”).
Eppure la questione del compromesso è quella decisiva: un compromesso che deve essere ricercato poggiando su tre pilastri: la capacità di un rinnovato intervento pubblico in economia(da finanziare attraverso l'uso della leva fiscale, utilizzata propriamente nel senso dei patrimoni, delle transazioni finanziare internazionali, delle imposte sull'inquinamento, ecc,ecc)di puntare ad investimenti di tipo “collettivo” e non a rilanciare, attraverso il finanziamento senza contropartita delle banche, l'idea di una ripresa fondata sulle diseguaglianze e sul consumo individualistico (pensiamo, per restare al tema dei trasporti, al rilancio delle infrastrutture ferroviarie, oppure in tema di ambiente, il riassetto idro-geologico del territorio, forse prioritario alla ricerca di energie alternative rinnovabili); la ripresa di una “politica dei redditi” che punti ad attutire il meccanismo delle diseguaglianze; una linea sindacale orientata non soltanto al puro conflitto o all'assoluta condiscendenza ma, rifiutando il neo-corporativismo, finalizzata all'integrazione sociale dei soggetti più deboli: precari ed extra-comunitari costretti al lavoro nero (questo è un punto, fra l'altro, direttamente collegato al tema dell'evasione fiscale).
Il livello cui questo compromesso deve essere ricercato non può non essere quello europeo, almeno a partire dalla zona più forte dell'Europa, ammettendo anche la realtà ineludibile di una “Europa a due velocità” e partendo da una “dimensione nazionale” per pervenire – appunto -a quella europea (anche in questo caso il deperimento dello “Stato-Nazione” appare essersi rivelato un pericolo boomerang).
Tutto questo discorso, che forse potrà apparire strampalato, ci riporta però alla politica: alla necessità di un partito di sinistra adeguato a questo compito e ai rapporti in sede Europea.
Un ruolo che il PD non può assolutamente assolvere, per ragioni “strtturali” riguardanti la concezione prevalente della “politica” che alberga in quel partito, minato da una assenza di identità dovuto alla deprivazione della memoria e da un compromesso interno assolutamente frenante per il futuro.
In questo senso la polemica relativa alla nomina di D'Alema alla presidenza della FEPS appare quanto meno di ridotto profilo: la critica e la proposta alternativa rispetto alle incerte realtà del centro-sinistra europeo malamente contaminate da “terze vie” orientate sul versante sbagliato e dall'incapacità di uscire da una idea, di Serie B, di tipo liberista -maggioritario come nel caso del PD, dovrebbe risultare ben più incisive e approfondite.
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Sergio Calef, Condivido e
Sergio Calef,
Condivido e sono completamente convinto e certo che il PD non è assolutamente in grado di costituire una alternativa credibile a questa imperante Destra a livello Italiano ed Europeo;purtroppo il post-DS è stato una catrastrofe a livello di rappresentatività in Parlamento di una diversa politica ,alternativa a quella della Destra.
Dobbiamo far rinascere un CLN ed attivarci per una Nuova Resistenza(degli anni 2000).