di Paolo Brutti
Mer, 03/10/2007 - 19:34
Ci siamo levati nella notte, e il buio era già aperto;
abbiamo guardato oltre le valli, le linee deste dei monti
e la devozione dell’aria non mossa ancora dagli uccelli.
Aldo Capitini.
Per andare alla Marcia ci si deve alzare per tempo. Una moltitudine preme da molto presto all’arco di S.Erminio, in cima alla discesa precipite che, quasi con un balzo, porta dalle mura della città al ponte sul fiume. E’ sempre così, ormai da tantissimi anni. Esattamente da Domenica 24 settembre 1961. Quella domenica d’autunno del ’61, Aldo Capitini organizzò la prima Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli, un corteo non violento che partiva, allora come oggi, dalla città di Perugia e andava verso Assisi, salendo su, fino alla Rocca.
La Marcia attraversa una valle, dove una guerra lunghissima contrappose per quasi cinquanta anni Assisi a Perugia, ghibellina la prima, guelfa la seconda. Nel 1202 gli assisani furono sconfitti a Collestrada, vicino a Perugia e in quello scontro decisivo delle sorti della guerra, Francesco di Bernardone fu fatto prigioniero e rinchiuso in carcere. L'esperienza della guerra e della prigionia lo sconvolsero e lo condussero ad un totale cambiamento della sua vita, al misticismo, alla santità.
La Marcia si avvia, quando il campanone del Comune di Perugia suona le otto. Capitini in gioventù viveva in una modesta abitazione proprio sotto la torre campanaria del Comune e dalle sue finestre vedeva di fronte Assisi, la valle e i monti lontani. Ne scrisse versi dolcissimi e concepì la Marcia come il viaggio simbolico dalla guerra alla pace. Nella marcia del 1961 fu usata per la prima volta la Bandiera della pace, simbolo dell'opposizione nonviolenta a tutte le guerre. Capitini parla di quella prima marcia nel libro "Opposizione e liberazione". Dice: "Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle noncollaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia".
Il senso della Marcia risiede proprio nella partecipazione, nel compiere un’esperienza comune e collettiva del rifiuto della guerra, del rifiuto di tutte le guerre. Un’esperienza concepita, da Capitini, per far crescere dentro ciascuno dei partecipanti l’idea che la nonviolenza è, tra gli esseri umani, la relazione più nobile. Si tratta di un modo laico per parlare dell’amore tra i viventi, un principio morale capace di portare coerenza tra mezzi e fini e al tempo stesso forza potente in grado di sconfiggere quelli che opprimono.
La Marcia, secondo l’idea centrale di Capitini, - un’idea ancor oggi pienamente valida, anzi, secondo me, oggi valida ancora di più - si propone di rafforzare nelle persone che vi partecipano quella che lui chiamava la persuasione, cioè la fede, la profonda e immediata credenza nel valore della pace come un valore ed un assunto posto al vertice dei diritti umani inalienabili.
In qualche modo la Marcia vuol essere un’esperienza di religione laica. La guerra è, infatti, la massima sofferenza dei popoli. Per i popoli, la guerra è ciò che è la morte per gli individui: il momento della sofferenza estrema, della difficoltà suprema, della perdita del bene dell’umanità. Nessuno ha il diritto di infliggere a nessuno questa massima sofferenza.
Scrive Aldo Capitini: “Compresi nelle fibre del mio corpo il limite della mia civiltà attivistica, che dava tutto il valore al fare, alla violenza, al godimento; e sentii un interesse e una solidarietà intima col problema di chi soffre, di chi non può agire, di chi è sopraffatto”.
L’opposizione alla guerra che si esprime nella Marcia è quindi, innanzi tutto, un’opposizione morale. Essa deve suscitarsi nelle persone come un istantaneo ribrezzo, come l’orrore dell’assassinio e poi come il compimento di un’azione riparatrice. La guerra è indivisibile. Se colpisce un popolo, li colpisce tutti, perché il senso dell’umanità riunita in un consorzio civile, in un patto di cittadinanza è proprio quello di una comune creazione di valori comuni.
Tutti gli esseri umani, vivi e morti, sono legati tra loro, sono uniti e compartecipi nella creazione dei valori. Muoversi con inarrestabile continuità verso l’opposizione alla guerra, promuovendo ovunque la pratica del risanamento morale e sociale è lo scopo principale della politica. Vigilare sulla pace, avere un atteggiamento critico di fronte alla realtà dei conflitti nascenti, è un obbligo politico oltre che morale E’ il principale senso, il principale valore della politica: prosciugare le paludi dell’odio.
Se vuoi la pace prepara la pace.
Queste idee nell’autunno del 1961 ai più sembrarono curiosità filosofiche. Il mondo diviso in blocchi si proponeva di raggiungere, anche attraverso la guerra, gli obiettivi nobili della politica: la giustizia sociale, la libertà, lo sviluppo. La minaccia nucleare ripresentò con nuova forza la necessità della pace e del disarmo, come condizione per la stessa sopravvivenza dell’umanità. Nella seconda metà degli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta la Marcia riprese vigore e crebbe in partecipazione in modo straordinario.
Con la Marcia è cresciuto un vasto movimento per la pace e contro le guerre, che via via ha assunto una dimensione mondiale, ponendosi, di fronte alla strategia della guerra preventiva del presidente degli Stati Uniti, come l’alternativa globale a quella strategia di guerra. La dimensione del popolo della pace degli ultimi anni ha superato ogni esperienza del passato. In Italia le bandiere della pace hanno mostrato chiaramente che il pacifismo attivo e non violento è un’idea del mondo, della società e della politica internazionale che accomuna la maggioranza degli italiani.
La guerra preventiva ha fallito i suoi obiettivi. Ha aggravato i conflitti e fatto da brodo di coltura del terrorismo, nel vicino oriente e nel mondo. Solo la politica può definire prospettive credibili e conclusioni realistiche dei conflitti attuali. Di quella politica il movimento della pace può tornare ad essere il protagonista.
La guerra, però, nel momento attuale dello sviluppo dell’economia globale, non è solo espressione di una volontà di potenza ma è diventata una componente dello sviluppo e uno strumento fondamentale di regolazione degli scambi. Riprende la corsa agli armamenti, che pensavamo si fosse fermata per sempre. Nuove armi globali vengono impiegate, come lo scudo spaziale, con costi enormi e con rischi altrettanto enormi. Aerei con armamenti nucleari pattugliano i cieli, anche in Europa, i nuovi giganti industriali dell’Asia si dotano dell’arma nucleare e di vettori missilistici di grande gittata.
Mai come oggi la Marcia deve essere la Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli. Non c’entra nulla in quest’affermazione una scelta di schieramento sotterraneo contro la politica estera del Presidente Bush. Certo Bush ci mette del suo nell’aggravare i conflitti mondiali. Ma oggi torna d’attualità la lotta per la pace come lotta per la sopravvivenza della nostra civiltà.
E’ vero che non c’è pace senza giustizia e che non c’è giustizia senza diritti umani effettivamente fruiti. La lotta per tutti i diritti per tutti è quindi una parte essenziale della lotta non violenta per la pace. Ovunque un uomo sia privato dei suoi diritti umani inalienabili, lì si esprime una cultura di violenza e di guerra: in Birmania, in Darfur, in Somalia, nel vicino oriente, nei territori nelle mani del terrorismo jihadista.
C’è un luogo, però, dove il diritto fondamentale alla vita viene negato proprio in nome della giustizia. E’ un orribile paradosso, che si esprime sempre nelle sentenze capitali. Nei bracci della morte si fa violenza alla giustizia in nome del diritto, ma un diritto senza giustizia nega le leggi fondamentali dell'umanità, riproponendo di tempo in tempo la sofferenza di Antigone. All’ONU è stata presentata dall’Italia una proposta di moratoria generale delle esecuzioni capitali. La Marcia Perugia-Assisi faccia sentire la forza della sua richiesta di sostegno a questa iniziativa del Governo italiano.
Contro la pena di morte si diffonda una repulsione morale, immediata e incoercibile come di fronte ad una strage. Guardiamo l’orrore per aprirci alla comunione col mondo. Prendo ancora in prestito uno scritto di Aldo Capitini. “Dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione salirà l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore e di instaurare, subito, a cominciare dal proprio animo (che è il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo c’è estraneo, se ci si deve stare senza amore, senza un’apertura infinita dell’uno verso l’altro, senza un’unione di sopra a tante differenze e a tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia.”
- Login o registrati per inviare commenti










