Bisogno di sicurezza, necessità di convivenza

di Pasqualina Napoletano*

Mer, 14/05/2008 - 21:36

Mentre in Italia il nuovo governo è alle prese con l'ennesimo "pacchetto sicurezza", in Europa si discute della direttiva sui rimpatri degli immigrati illegali.
La prima osservazione, a questo proposito, è che l'Europa inizia ad armonizzare le disposizioni che riguardano il contrasto dell'illegalità senza aver stabilito un quadro legale comune riferito all'immigrazione.
Per dirlo più chiaramente, alla domanda: "a che condizione è possibile per un cittadino extraeuropeo aspirare a vivere ed a lavorare legalmente in Europa?", non esiste a tutt’oggi risposta, perchè, in questo caso, ciascun Paese ha e mantiene le sue regole, per lo più ispirate al principio "immigrazione zero".
Forte è la sensazione di vivere sempre più in un mondo rovesciato, dove i più forti dettano le regole anche contro il buon senso.
In ogni caso, la menzionata proposta di direttiva si applica alle persone che, entrate temporaneamente e legalmente in Europa (ad esempio con visti di studio, turistici e quant'altro) si trovino a permanervi oltre il limite consentito, passando così in una condizione di illegalità.
Per ulteriore chiarezza, essa non si applica né ai cittadini dell'Unione e tantomeno agli immigrati di Paesi terzi che dovessero arrivare, per mare o per terra, alle frontiere dell'Europa.
Il tratto garantista che l'Europa, a tutt’oggi, era riuscita a mantenere, ad esempio nella lotta al terrorismo internazionale e rispetto alle politiche di cittadinanza, è messo a dura prova dall'impostazione del Consiglio e dei 27 governi europei, alcuni dei quali sembrano non accontentarsi neanche dell'attuale discutibile versione condivisa dal relatore del Parlamento europeo, il popolare tedesco Manfred Weber, richiedendo misure ancor più drastiche.
Nel merito, i punti più controversi riguardano il periodo di detenzione (si parla di persone che non hanno commesso reati) che si vorrebbe portare a fino 18 mesi anche quando le cause non sono ascrivibili al comportamento dei soggetti implicati (ad esempio la non cooperazione con le autorità), come nel caso di ritardi amministrativi.
Altra questione sensibile è la convalida della detenzione da parte dell'Autorità giudiziaria che, in genere è fissata in 48 ore. Ammesso che si voglia avere più tempo, è doveroso fissare un limite e non ricorrere, come è nell'attuale versione della direttiva, alla nozione arbitraria del "più presto possibile".
Altro errore è puntare tutto sul rientro forzato, non considerando il fatto che sarebbe preferibile per tutti privilegiare il ricorso al rientro volontario, possibilità che spesso gli immigrati neanche conoscono e che, tuttavia, potrebbe aver bisogno di più tempo rispetto a quello concesso dalla direttiva, cioè 7 - 30 giorni.
Lasciare un Paese, infatti, soprattutto per una famiglia, comporta occuparsi della scuola dei figli, della casa, ecc...
Altro aspetto è quello che riguarda i minori non accompagnati, che possono essere detenuti, seppur separati, nelle stesse strutture degli adulti, senza garanzia di una continuità dell'istruzione. Per loro la prospettiva è quella di essere rimpatriati, anche senza aver identificato la famiglia di provenienza, purché vi sia un istituto  che se ne prenda  carico.
L'ultimo aspetto riguarda l'interdizione alla riammissione. Anche in caso di circostanze che dovessero motivare eventuali richieste  di asilo, essa è fissata a 5 anni anche per chi accetta il rimpatrio volontario che, pure per questa via, risulta scoraggiato.
 Su questi aspetti, il gruppo socialista europeo, presenterà una serie di emendamenti e, dal loro accoglimento, dipenderà il voto finale.
Dal punto di vista procedurale, ciò cambia totalmente il quadro ipotizzato dal relatore del Parlamento, cioè l'ipotesi di chiudere la procedura attraverso il "trilogo", ovvero un compromesso preliminare tra Consiglio, Parlamento, Commissione.
L'articolazione delle posizioni sia in seno al Parlamento che, per opposti motivi, nel Consiglio, quasi sicuramente richiederà il ricorso alla procedura di codecisione, che vuol dire doppia lettura da parte di Parlamento e Consiglio e conciliazione nel caso in cui le divergenze dovessero permanere.
D'altra parte, una materia così sensibile merita il dispiegarsi pieno della dialettica istituzionale ed il protagonismo del Parlamento.
C'è da augurarsi che, come nel caso della direttiva Bolkestein, quest'ultimo sia capace di far prevalere un punto di vista rispettoso della persona, con regole almeno paragonabili a quelle che ispirano i provvedimenti che si riferiscono ai cittadini europei.
Quanto al pacchetto sicurezza che il governo Berlusconi si appresta a varare, consiglierei cautela rispetto alle preannunciate forzature nei riguardi del diritto comunitario ed in particolare rispetto al trattato di Schengen sulla libera circolazione.
Una sua sospensione sarebbe infatti giustificata soltanto da eventi eccezionali.
Essa si presterebbe, in caso contrario, ad infiniti contenziosi di fronte alla Corte di Giustizia Europea, con un doppio rischio: quello di non spostare di una virgola il problema e nel frattempo di aver ancora di più esasperato gli animi.
Senza contare il fatto che in Europa, quando si rompe il quadro condiviso di regole vale il principio:"oggi a me, domani a te".

*Vice-Presidente del Gruppo PSE


Mai più INDULTI! Sono

Mai più INDULTI!
Sono d'accordo con quanto scritto, però bisogna davvero dare un giro di vite alla ceretezza delle pene. La Sinistra deve rilanciare la propria idea di sicurezza e di convivenza. Iniziando ad essere più severa su giudizi che riguardano coloro che sbagliano e rilanciando l'idea della certezza della pena per tutti. L'indulto, da noi sostenuto, non è stato digerito da nessuno e non è il modo di affrontare i problemi carcerari...Mai più errori del genere!Dobbaimo rilanciare l'idea della giustizia uguale per tutti e certa per tutti.
Riccardo Ciaffarafà
WWW.SDSANTAFIORA.IT


donna di denari